ROMA – Il percorso verso il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia prosegue secondo il calendario stabilito. Il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio ha respinto, con un decreto cautelare monocratico, la richiesta di sospensione urgente della delibera con cui il Consiglio dei Ministri, lo scorso 12 gennaio, ha fissato le date del 22 e 23 marzo 2026 per la consultazione popolare. La decisione del TAR, pur non entrando nel merito della questione, rappresenta un punto fermo nella complessa vicenda procedurale che accompagna una delle riforme più dibattute degli ultimi anni.
Il ricorso del Comitato Promotore e la decisione del TAR
A presentare il ricorso era stato il “Comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia”. I promotori contestavano la scelta del governo di fissare la data del voto basandosi sulla richiesta referendaria avanzata da un quinto dei parlamentari, senza attendere la conclusione della raccolta firme popolare, anch’essa finalizzata a richiedere un referendum confermativo sulla stessa legge costituzionale. Secondo i ricorrenti, questa decisione avrebbe “espropriato” i cittadini del loro diritto di iniziativa popolare, creando confusione e potenzialmente vanificando gli sforzi di migliaia di persone impegnate nella raccolta firme.
Il TAR del Lazio, tuttavia, non ha ravvisato gli estremi per una sospensione cautelare urgente. La questione, però, non è chiusa. Il tribunale ha infatti accolto l’istanza di abbreviazione dei termini processuali e ha fissato per il prossimo 27 gennaio un’udienza collegiale per discutere nel merito la domanda di sospensiva. Questa data sarà cruciale per comprendere se vi saranno ulteriori sviluppi sulla calendarizzazione del voto. L’avvocato del comitato promotore si è detto soddisfatto per la celerità con cui è stata fissata l’udienza, segno, a suo dire, della sensibilità del tribunale verso le ragioni del ricorso.
La Riforma della Giustizia al centro del contendere
Il referendum del 22 e 23 marzo chiederà agli italiani di approvare o respingere il testo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Si tratta di un referendum confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione, che non richiede il raggiungimento di un quorum di validità. La riforma è stata approvata in seconda deliberazione dal Parlamento con una maggioranza assoluta, ma inferiore a quella qualificata dei due terzi, rendendo così necessaria la consultazione popolare.
I punti cardine della riforma su cui i cittadini saranno chiamati ad esprimersi sono:
- La separazione delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e requirenti (i pubblici ministeri).
- L’istituzione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri.
- La previsione che una parte dei componenti dei due CSM sia scelta tramite sorteggio.
- La creazione di un’Alta Corte disciplinare per giudicare le violazioni disciplinari dei magistrati.
I sostenitori del “sì” ritengono che la riforma aumenterebbe l’imparzialità e la trasparenza del sistema giudiziario, riducendo le commistioni tra chi accusa e chi giudica. Al contrario, i promotori del “no” e le opposizioni sostengono che la legge indebolirebbe l’indipendenza della magistratura, aumenterebbe il rischio di controllo da parte della politica sull’azione dei PM e non risolverebbe i veri problemi della giustizia, come la lentezza dei processi.
Il dibattito politico e le reazioni
La decisione del governo di fissare la data a marzo ha acceso un forte dibattito politico. Le opposizioni e i comitati per il “no” avevano chiesto di posticipare il voto ad aprile, per avere più tempo a disposizione per la campagna referendaria. La maggioranza, invece, ha spinto per una data ravvicinata. La delibera del Consiglio dei Ministri del 12 gennaio è stata seguita dalla firma del decreto di indizione del referendum da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, un atto che, secondo alcuni esponenti di maggioranza, ne garantirebbe la piena legittimità.
Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è intervenuto sulla questione definendo i ricorsi “inutili da un punto di vista tecnico”, sostenendo che le modalità per richiedere un referendum (iniziativa parlamentare, regionale o popolare) sono alternative tra loro e che, una volta attivata una, le altre diventano superflue. Di parere opposto i promotori della raccolta firme, che vedono nella scelta del governo una forzatura volta a depotenziare l’iniziativa popolare.
Ora l’attenzione è tutta rivolta all’udienza del 27 gennaio, che potrebbe ancora riservare delle sorprese. Nel frattempo, la campagna referendaria entra nel vivo, con i due schieramenti pronti a confrontarsi su una riforma che potrebbe ridisegnare profondamente l’assetto della magistratura italiana.
