WASHINGTON D.C. – In una fase di crescente tensione e con gli occhi del mondo puntati sull’Iran, l’amministrazione del Presidente Donald Trump sta esplorando attivamente una serie di risposte non militari per sostenere le ondate di protesta che attraversano il paese. La notizia, emersa da incontri a porte chiuse e riportata da fonti informate, è stata confermata dal Segretario di Stato Marco Rubio, delineando un approccio che privilegia la diplomazia e la pressione strategica rispetto all’intervento armato.
Un bivio strategico per la Casa Bianca
Secondo quanto riferito, il Presidente Trump si troverebbe a un bivio, incline a un’azione decisa contro il regime iraniano per la violenta repressione delle proteste, ma al contempo aperto a concedere un’ulteriore finestra alla diplomazia. Funzionari della Casa Bianca, citati da Axios, hanno confermato che il Presidente sta valutando un’azione punitiva in risposta all’uccisione dei manifestanti, sottolineando però che nessuna decisione finale è stata ancora presa e che diverse proposte diplomatiche restano sul tavolo. Questa dualità riflette la complessità di una crisi che vede contrapporsi falchi e colombe all’interno della stessa amministrazione.
Il Segretario di Stato Rubio, insieme al Vicepresidente JD Vance, sta lavorando a un pacchetto di opzioni che spaziano dalla diplomazia a operazioni di diversa natura. Tuttavia, la maggior parte delle proposte attualmente in discussione rientra nella categoria delle risposte “non cinetiche”, come ha sottolineato lo stesso Rubio, indicando una preferenza per strumenti quali sanzioni, operazioni informatiche e campagne informative.
Le dichiarazioni pubbliche e i messaggi dietro le quinte
Pubblicamente, il Presidente Trump ha utilizzato toni forti, avvertendo Teheran di “conseguenze molto forti” in caso di esecuzioni di manifestanti e promettendo che “l’aiuto è in arrivo”. Sui social media, ha incitato i “patrioti iraniani” a continuare a protestare e a “prendere il controllo delle loro istituzioni”, annunciando la cancellazione di tutti gli incontri con funzionari iraniani fino alla fine della “insensata uccisione di manifestanti”. Ha inoltre minacciato l’imposizione di tariffe del 25% su qualsiasi paese che intrattenga rapporti commerciali con l’Iran.
Dietro le quinte, però, la situazione appare più sfumata. Fonti del Wall Street Journal riportano che diversi alti consiglieri, guidati dal Vicepresidente, starebbero esortando Trump a esplorare la via diplomatica prima di autorizzare qualsiasi tipo di attacco. Si parla anche di un’offerta iraniana per avviare negoziati sul programma nucleare, un segnale che Teheran potrebbe cercare di allentare la tensione.
Il contesto regionale e le consultazioni internazionali
La crisi iraniana non è un evento isolato e si inserisce in un contesto regionale estremamente volatile. Il Segretario di Stato Rubio ha avuto colloqui telefonici con il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, con cui ha discusso non solo delle proteste in Iran, ma anche della situazione a Gaza e in Siria. Israele si è dichiarato in stato di massima allerta di fronte alla possibilità di un intervento statunitense in Iran. Anche i leader europei e le Nazioni Unite hanno espresso il loro sostegno alla libertà di espressione in Iran, chiedendo moderazione alle autorità. Rubio ha discusso della situazione anche con gli omologhi di Cipro e Francia, evidenziando un intenso sforzo diplomatico per coordinare una risposta internazionale.
Le opzioni sul tavolo: tra deterrenza e dialogo
Le opzioni in valutazione da parte dell’amministrazione Trump sono variegate e coprono un ampio spettro di possibilità:
- Sanzioni secondarie: Per aumentare la pressione economica sul regime.
- Operazioni informatiche e informative: Per sostenere i manifestanti e contrastare la propaganda del regime.
- Deterrenza militare: Mantenendo aperte tutte le opzioni, inclusa quella militare, come leva negoziale.
- Dialogo diplomatico: Esplorando canali di comunicazione, come i contatti tra l’inviato statunitense Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano, per cercare una via d’uscita pacifica.
In un’mossa significativa, l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff avrebbe avuto un incontro segreto con Reza Pahlavi, il figlio esiliato dell’ultimo Scià di Persia, che sta cercando di posizionarsi come figura di transizione. Questo incontro segna il primo impegno di alto livello tra l’amministrazione Trump e l’opposizione iraniana dall’inizio delle proteste.
I rischi di un’escalation
Nonostante la preferenza dichiarata per opzioni non militari, la Casa Bianca non esclude alcuna possibilità, e la retorica aggressiva di Trump ha già provocato reazioni da Teheran. L’Iran ha avvertito che è pronto a qualsiasi scenario e che colpirebbe le basi americane nella regione in caso di attacco. In risposta a queste tensioni, il Pentagono ha iniziato a ritirare preventivamente parte del personale dalla base aerea di Al Udeid in Qatar.
La situazione rimane fluida e complessa. La scelta di Washington di privilegiare, per ora, un approccio non militare sembra mirare a sostenere il movimento di protesta senza innescare un conflitto su larga scala, le cui conseguenze sarebbero imprevedibili per l’intera regione mediorientale.
