Roma – Il dibattito sulla riforma della giustizia si infiamma con la netta presa di posizione di Maurizio Landini, segretario generale della CGIL. Durante la presentazione a Roma del comitato “Società civile per il no”, il leader sindacale ha sferrato un duro attacco al governo, accusandolo di perseguire un “disegno politico” volto a “cambiare radicalmente la nostra Costituzione” piuttosto che a migliorare l’efficienza del sistema giudiziario. L’evento ha segnato l’avvio ufficiale della campagna per il “no” al referendum confermativo sulla separazione delle carriere dei magistrati, fissato per il 22 e 23 marzo.
Le ragioni del “No”: precarietà e investimenti mancati
Al centro delle critiche di Landini non vi è solo l’impianto della riforma, ma soprattutto ciò che essa tralascia. “Far funzionare meglio la giustizia vuol dire fare assumere i 12.000 giovani precari, invece a luglio rischiano di essere a casa”, ha dichiarato il segretario, puntando il dito contro la situazione di incertezza che vivono migliaia di lavoratori assunti con i fondi del PNRR. Questi lavoratori, secondo il sindacato, hanno dato un contributo essenziale in questi anni per ridurre l’arretrato e migliorare l’efficienza degli uffici giudiziari, e la loro mancata stabilizzazione rappresenterebbe “un grave atto di irresponsabilità” e un danno per il Paese.
Landini ha inoltre sottolineato la necessità di “fare quegli investimenti che sono necessari per far funzionare meglio la giustizia, ridurre i tempi e garantire la certezza”. Secondo il segretario della CGIL, la divisione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri “non c’entra assolutamente nulla” con le vere priorità del sistema giudiziario italiano, quali la carenza di organici e la necessità di digitalizzazione.
Un fronte ampio per la difesa della Costituzione
Il comitato “Società civile per il no”, presieduto dal professor Giovanni Bachelet, raccoglie un’ampia coalizione di associazioni e organizzazioni. Tra i promotori figurano, oltre alla CGIL, nomi importanti come ANPI, Acli, Arci, Libera, Legambiente e numerose altre realtà del terzo settore, del mondo studentesco e giuridico. L’obiettivo dichiarato è quello di difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, considerate un pilastro fondamentale dell’assetto democratico e un interesse primario per i cittadini. Giovanni Bachelet ha ribadito che “una magistratura autonoma, indipendente, che non guarda in faccia a nessuno è un interesse principalmente per i cittadini”.
Alla presentazione hanno partecipato anche i leader delle principali forze di opposizione, tra cui Elly Schlein (PD), Giuseppe Conte (M5S) e Nicola Fratoianni (AVS), consolidando un fronte politico e sociale compatto contro la riforma.
I punti chiave della riforma contestata
La riforma costituzionale, approvata in via definitiva dal Parlamento il 30 ottobre 2025 ma senza la maggioranza qualificata dei due terzi, introduce significative modifiche all’ordinamento giudiziario. I punti principali sono:
- Separazione delle carriere: Vengono create due carriere distinte per i magistrati giudicanti (i giudici) e quelli requirenti (i pubblici ministeri).
- Due Consigli Superiori della Magistratura: L’attuale CSM viene sdoppiato in un Consiglio Superiore della Magistratura giudicante e uno requirente, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica.
- Sorteggio per i componenti del CSM: Viene introdotto il sorteggio per la nomina di una parte dei componenti dei due nuovi CSM.
- Istituzione di un’Alta Corte disciplinare: Viene creata una nuova corte per giudicare le infrazioni disciplinari dei magistrati, sottraendo questa competenza al CSM.
Secondo i sostenitori, queste modifiche mirano a rafforzare la terzietà del giudice e a prevenire commistioni tra le funzioni di accusa e di giudizio. Gli oppositori, invece, paventano il rischio di un indebolimento dell’indipendenza della magistratura, che potrebbe diventare più vulnerabile a pressioni esterne e soggetta al controllo del potere esecutivo.
La posta in gioco: “Il futuro della nostra democrazia”
Per Maurizio Landini e per il fronte del “no”, la battaglia referendaria va oltre la questione tecnica della giustizia. “È in gioco la democrazia e la Costituzione”, ha affermato il leader della CGIL, lanciando un appello alla mobilitazione capillare per convincere i cittadini ad andare a votare. La consultazione referendaria, che non prevede un quorum di validità, si deciderà sulla base dei voti espressi, rendendo cruciale la partecipazione. La campagna si preannuncia accesa, con due visioni contrapposte sul futuro dell’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla difesa dei principi fondamentali della Carta Costituzionale.
