Una svolta significativa ha impresso una nuova direzione all’inchiesta sulla tragica scomparsa di Alex Marangon, il barista di 26 anni originario di Marcon (Venezia), il cui corpo senza vita fu ritrovato il 2 luglio 2024 sulle rive del fiume Piave, nel comune di Vidor, in provincia di Treviso. La Procura della Repubblica di Treviso ha infatti modificato il capo d’imputazione, passando dall’ipotesi iniziale di omicidio volontario contro ignoti a quella di morte come conseguenza di altro reato, iscrivendo nel registro degli indagati cinque persone.

La notte della tragedia e il rito sciamanico

I fatti risalgono alla notte tra il 29 e il 30 giugno 2024. Alex Marangon stava partecipando a un raduno a carattere sciamanico, denominato “Festa del Sol de Putamayo”, organizzato nelle pertinenze di un’antica abbazia a Vidor, di proprietà privata. L’evento, a cui prendevano parte una ventina di persone, era gestito da due sedicenti “curanderos” di nazionalità colombiana. Durante la cerimonia, caratterizzata da musiche e rituali, sarebbero state distribuite e consumate sostanze stupefacenti illegali in Italia, tra cui cocaina e una bevanda psicotropa nota come ayahuasca. Quest’ultima è un decotto a base di piante amazzoniche, noto per i suoi potenti effetti allucinogeni.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, proprio l’assunzione di questo mix di sostanze avrebbe indotto in Marangon uno stato di alterazione psicofisica e di perdita di lucidità. In preda a una crisi, il giovane si sarebbe allontanato dal gruppo, scomparendo nel buio della notte. Nonostante le ricerche dei compagni, di lui si persero le tracce. Il suo corpo fu ritrovato solo due giorni dopo dai vigili del fuoco, diverse centinaia di metri più a valle rispetto al luogo della scomparsa, trascinato dalla corrente del Piave.

Le indagini e la nuova ipotesi accusatoria

L’autopsia e gli esami tossicologici effettuati sul corpo della vittima hanno confermato la presenza di cocaina e dei principi attivi dell’ayahuasca. Questi elementi, uniti alle testimonianze raccolte, hanno portato la magistratura trevigiana a formulare una nuova ipotesi. L’ipotesi attuale è che Marangon, in uno stato confusionale, sia precipitato accidentalmente da una terrazza o da un terrapieno a picco sul greto del fiume, da un’altezza di circa dieci-quindici metri. I traumi riscontrati sul corpo, inizialmente ritenuti compatibili con un pestaggio, sono stati successivamente giudicati coerenti con una caduta su un terreno roccioso e con poca acqua. Restano, tuttavia, alcuni punti da chiarire, come alcune lesioni al volto e al costato che, secondo un primo esame, non sembravano compatibili con una caduta.

La Procura ha inoltre disposto ulteriori accertamenti, come il test del capello su tutti i partecipanti al rito, per individuare l’eventuale consumo di droghe.

I cinque indagati

Le persone iscritte nel registro degli indagati dalla Procura di Treviso sono accusate, a vario titolo, di cessione di sostanze stupefacenti e di morte come conseguenza di altro reato. Si tratta di:

  • Andrea Zuin, 48 anni, e la compagna Tatiana Marchetto, 40 anni, considerati gli organizzatori dell’evento.
  • Alexandra Da Sacco, 42 anni, moglie del proprietario dell’abbazia che ha ospitato il raduno.
  • Sebastian Castillo, 28 anni, e Jhonny Benavides, 39 anni, i due cittadini colombiani che avrebbero condotto il rito in qualità di “curanderos”.

Questi ultimi due hanno lasciato l’Italia poco dopo i fatti e risultano attualmente irreperibili. L’iscrizione nel registro degli indagati rappresenta un passo fondamentale per fare luce sulla catena di responsabilità che ha trasformato un evento presentato come un’esperienza spirituale in una tragedia.

Di veritas

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