Sono trascorsi trent’anni da quel terribile 11 gennaio 1996, ma il ricordo dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo continua a scuotere le coscienze. A soli 12 anni, dopo 779 giorni di disumana prigionia, Giuseppe fu strangolato e il suo corpo disciolto nell’acido per ordine di Giovanni Brusca. Un atto di ferocia inaudita, una vendetta trasversale di Cosa nostra contro il padre, Santino Di Matteo, “colpevole” di aver scelto di collaborare con la giustizia e di svelare i retroscena della strage di Capaci. Oggi, a tre decenni di distanza, l’Italia commemora quel sacrificio innocente, ma la memoria si intreccia con le complesse dinamiche di una famiglia spezzata e con il costante impegno delle istituzioni nella lotta alla criminalità organizzata.

Le Commemorazioni: Tra Memoria e Impegno Civile

Le commemorazioni per il trentennale si sono svolte in diversi luoghi simbolo della Sicilia, a testimonianza di una ferita ancora aperta. A San Giuseppe Jato, nel “Giardino della Memoria” – il casolare-bunker in contrada Giambascio dove Giuseppe trascorse gli ultimi 180 giorni di prigionia prima di essere ucciso – si è tenuta una cerimonia solenne. Hanno partecipato le più alte cariche istituzionali, tra cui la presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Chiara Colosimo, il prefetto di Palermo Massimo Mariani, e i familiari del bambino, la madre Francesca Castellese e il fratello Nicola.

Le parole del fratello Nicola Di Matteo, presenti alla cerimonia, hanno toccato il cuore dei presenti: “Sono passati trent’anni, ma per noi non sono mai trascorsi, è sempre lo stesso giorno. Per tutta la vita ci porteremo questo dolore. L’ultimo ricordo di mio fratello è stato il giorno prima che venisse rapito, era il mio compleanno e abbiamo festeggiato assieme. Giuseppe è stato il bambino che ‘ha sconfitto la mafia’ e quindi bisogna ricordarlo tutti i giorni come tutte le altre vittime. Quello che hanno fatto a mio fratello è imperdonabile”.

Anche a Custonaci, in provincia di Trapani, si è svolta una commemorazione alla presenza del sottosegretario agli Interni Andrea Delmastro, della presidente Colosimo e del senatore di Fratelli d’Italia Raoul Russo. Durante l’evento, è stata scoperta una targa in memoria dell’agente di polizia penitenziaria Giuseppe Montalto, ucciso dalla mafia per aver impedito uno scambio di “pizzini” in carcere. Un gesto che unisce nel ricordo due vittime innocenti della ferocia mafiosa.

L’Intervento delle Istituzioni: “Mai Più Omissione”

Durante le cerimonie, le istituzioni hanno ribadito con forza il loro impegno. Il sindaco di San Giuseppe Jato, Giuseppe Siviglia, ha sottolineato come l’omicidio di Di Matteo abbia rappresentato una “svolta” e un “risveglio delle coscienze”, innescando una “rivoluzione culturale”. Roberto Lagalla, sindaco della Città Metropolitana di Palermo, ha definito Giuseppe “il simbolo più crudele di una mafia che teme la libertà, la parola, la legge”.

Particolarmente incisivo è stato l’intervento di Chiara Colosimo, presidente dell’Antimafia, che ha parlato di una memoria che non deve diventare una “parata ipocrita”. “Non sono qui per una parata ipocrita e non dirvi che cosa è avvenuto sotto i vostri occhi e non avete denunciato”, ha dichiarato, aggiungendo un monito severo contro ogni forma di connivenza: “Se sostenete la mafia, fatevi schifo”. Colosimo ha ricordato come proprio a casa di Santino Di Matteo si decisero i dettagli dell’attentato di Capaci, evidenziando la complessità di un contesto in cui la scelta di collaborare con lo Stato ha avuto un prezzo altissimo.

Una Ferita Familiare: La Guerra Giudiziaria sul Risarcimento

A rendere ancora più dolorosa la memoria di questa tragedia è la guerra giudiziaria che si è scatenata all’interno della famiglia Di Matteo. Al centro della contesa c’è il risarcimento di circa un milione di euro riconosciuto per l’assassinio di Giuseppe. Il padre, Santino Di Matteo, ha citato in giudizio l’ex moglie Franca Castellese e il figlio Nicola, sostenendo di essere stato estromesso dalla ripartizione dell’indennizzo.

“Prima mi ha tradito lo Stato, ora la mia famiglia”, sono state le amare parole del collaboratore di giustizia riportate dal quotidiano La Repubblica. Di Matteo rivendica il suo ruolo di padre e vittima, sottolineando come la sua scelta di pentirsi fosse motivata dalla volontà di offrire un futuro migliore ai figli, lontano dalla mafia. La prossima udienza davanti al tribunale civile di Palermo è fissata per il mese di maggio, un appuntamento che riapre una ferita profonda in una famiglia già devastata dal dolore.

Il Contesto Culturale e Legislativo: La Lotta all’Apologia di Mafia

La commemorazione del piccolo Giuseppe è stata anche l’occasione per riflettere sugli strumenti di contrasto alla cultura mafiosa. Il senatore Raoul Russo ha ricordato di aver presentato in Senato, come primo firmatario, un disegno di legge sull’apologia del reato di mafia. L’obiettivo è punire chi inneggia alla criminalità organizzata, un fenomeno preoccupante soprattutto sui social media, dove si assiste alla nascita di una “mafiosfera” che trasforma i boss in modelli da imitare. La proposta di legge, presentata a settembre 2025, mira a introdurre pene detentive e pecuniarie per chi esalta la cultura mafiosa.

La storia di Giuseppe Di Matteo, a trent’anni dalla sua fine, non è solo una cronaca di inaudita violenza, ma un monito perenne. È il racconto di un bambino sacrificato sull’altare di una logica criminale spietata, ma anche il simbolo di una memoria che, nonostante il dolore e le divisioni, continua a essere un potente strumento di educazione alla legalità e di impegno civile per costruire una società libera da ogni forma di mafia.

Di veritas

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