La Paz – Un sospiro di sollievo per la Bolivia. Dopo giorni di caos e incertezza che hanno tenuto il paese con il fiato sospeso, il governo ha fatto marcia indietro, raggiungendo un accordo decisivo con le principali sigle sindacali e le organizzazioni contadine. L’intesa, siglata al termine di un’intensa giornata di dialogo, prevede l’abrogazione totale del contestato Decreto Supremo 5503, la norma che, in vigore dal 17 dicembre, aveva di fatto cancellato sussidi ventennali sui carburanti, provocando un’impennata dei prezzi senza precedenti.
La misura, definita dal governo come “difficile ma necessaria” per risanare le finanze pubbliche e far fronte alla crescente scarsità di carburante e dollari, aveva scatenato l’immediata e furiosa reazione di ampi settori della società. I prezzi alla pompa erano schizzati alle stelle, con aumenti fino all’86% per la benzina e al 162% per il diesel, innescando un effetto a catena su trasporti, generi alimentari e sul costo della vita in generale.
La Protesta che ha Messo in Ginocchio il Paese
La risposta popolare non si è fatta attendere. Guidata dalla potente Central Obrera Boliviana (COB), la più grande organizzazione sindacale del paese, la protesta si è rapidamente estesa a macchia d’olio. Minatori, insegnanti, autotrasportatori, operai e comunità indigene sono scesi in piazza in tutto il territorio nazionale. Le principali città, tra cui La Paz, El Alto e Cochabamba, sono diventate l’epicentro di imponenti manifestazioni e marce.
La mobilitazione ha raggiunto il suo apice con l’attuazione di oltre cinquanta blocchi stradali strategici che hanno di fatto paralizzato la circolazione di merci e persone, mettendo in ginocchio l’economia nazionale. L’accesso agli aeroporti internazionali e alle principali arterie di comunicazione è stato a lungo interrotto, causando gravi disagi e perdite economiche. La tensione è salita alle stelle, con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, che in alcuni casi hanno fatto uso di gas lacrimogeni, e si sono registrati diversi arresti.
I Dettagli dell’Accordo: Un Compromesso per la Pace Sociale
Di fronte a un paese sull’orlo del baratro, il governo ha dovuto riaprire il canale del dialogo. Le trattative, interrotte più volte, sono culminate in un accordo firmato a El Alto, città simbolo delle mobilitazioni. Il documento sancisce in modo inequivocabile la vittoria delle istanze sindacali:
- Abrogazione Totale: Il Decreto Supremo 5503 viene cancellato nella sua interezza.
- Mantenimento dei Sussidi: Verrà istituita una commissione mista, composta da rappresentanti del governo e delle parti sociali, per redigere un nuovo decreto. Questo nuovo testo manterrà in vigore i sussidi per il carburante, elemento considerato irrinunciabile dai sindacati.
- Fine delle Proteste: In seguito all’accordo, la COB e le altre organizzazioni hanno annunciato l’immediata sospensione di tutte le forme di protesta, inclusi i blocchi stradali.
Tuttavia, i sindacati hanno precisato che manterranno lo “stato di emergenza” fino a quando il nuovo decreto non sarà ufficialmente promulgato e in vigore, un modo per garantire che gli impegni presi vengano rispettati fino in fondo.
Il Contesto di una Crisi Annunciata
Questa crisi non nasce dal nulla. La Bolivia sta attraversando una fase economica estremamente delicata, caratterizzata da una triplice crisi: economica, politica e sociale. Da mesi il paese soffre di una grave carenza di dollari, essenziali per le importazioni, e di una progressiva diminuzione delle riserve internazionali. A questo si aggiunge un calo nella produzione di gas naturale, per anni pilastro dell’economia nazionale, e un’inflazione in crescita che erode il potere d’acquisto delle famiglie.
“Il governo ha fatto ai cittadini il peggior regalo di Natale”, aveva commentato l’ex presidente Evo Morales, criticando aspramente la misura e sottolineando come l’aumento dei carburanti avrebbe colpito soprattutto i ceti più vulnerabili. Il taglio dei sussidi, che secondo le stime costano allo Stato miliardi di dollari, era una mossa del governo per tentare di stabilizzare i conti pubblici. Una “terapia d’urto” che, però, non ha tenuto conto della profonda dipendenza della popolazione e del sistema produttivo dai prezzi calmierati dell’energia, in vigore da oltre due decenni.
