Torino – È passato quasi un mese dallo sgombero dell’edificio di corso Regina Margherita 47, storica sede del centro sociale Askatasuna per circa trent’anni, ma la tensione non accenna a diminuire. A farsi sentire è il comitato proponente del patto di collaborazione, che da due anni lavorava con l’amministrazione comunale per trasformare lo stabile in un “bene comune”. I portavoce del comitato, in una recente conferenza stampa, hanno definito il silenzio del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, “assordante e ingiustificabile”.

La rottura del dialogo e la richiesta di chiarezza

Lo sgombero, avvenuto il 18 dicembre scorso, ha di fatto cancellato il percorso di dialogo e collaborazione intrapreso. “Due anni di lavoro, in cui abbiamo avuto una buona interlocuzione con l’amministrazione, sono stati cancellati da un intervento per noi inspiegabile”, ha affermato Ugo Zamburru, psichiatra ed ex presidente dell’Arci di Torino, tra i principali proponenti del patto. La comunicazione da parte del Comune si è ridotta a una mail di quattro righe, inviata il giorno stesso dello sgombero, per annunciare la decadenza del patto. Una “semplice prova muscolare”, secondo Zamburru, che non può cancellare un percorso definito “positivo”. Per questo, il comitato chiede con forza di “ritrovarsi e parlare” con l’amministrazione comunale.

Una delle richieste immediate avanzate dai proponenti è che il Comune, in qualità di proprietario dell’immobile, effettui un’ispezione all’interno della palazzina per “constatare i danni dopo lo sgombero”. C’è preoccupazione per lo stato dell’edificio e si vuole chiarezza su quanto accaduto durante e dopo l’operazione di polizia.

Un quartiere “militarizzato” e le preoccupazioni dei residenti

Oltre alla questione del futuro dello stabile, il comitato solleva un’altra problematica di grande impatto sulla vita del quartiere Vanchiglia: la massiccia e prolungata presenza delle forze dell’ordine. Giorgio Cremaschi, sindacalista e politico, anch’egli membro del comitato, ha denunciato quella che definisce una vera e propria “occupazione militare del quartiere”. “Non esiste che in una città e in un Paese democratico ci sia da un mese un quartiere presidiato militarmente, con i genitori che devono essere controllati se portano i bambini a scuola”, ha sottolineato Cremaschi. Questa situazione, secondo i proponenti, sta creando un clima di tensione e disagio tra i residenti, come testimoniato anche da una lettera aperta inviata al prefetto da parte di famiglie e del Comitato Genitori dell’istituto comprensivo Gino Strada, che denunciano la violazione dei diritti dei minori.

La rimozione di alcune barriere di cemento e la riapertura delle scuole vicine non hanno placato del tutto le preoccupazioni. L’area resta presidiata e la vita quotidiana del quartiere ne risente profondamente.

Le ragioni dello sgombero e le reazioni politiche

Lo sgombero del 18 dicembre è scattato al termine di un’operazione di perquisizione legata a indagini su disordini avvenuti durante manifestazioni pro-Palestina, tra cui l’assalto alla sede del quotidiano La Stampa. La presenza di sei attivisti al terzo piano dell’edificio, considerato inagibile ad eccezione del piano terra, ha fornito la motivazione formale per la violazione del patto di collaborazione e il conseguente sequestro dell’immobile. Il sindaco Lo Russo ha parlato di “mancato rispetto delle condizioni del patto di collaborazione”, decretandone la cessazione.

L’operazione ha scatenato un’immediata e accesa battaglia politica. Il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha rivendicato lo sgombero come un “segnale chiaro” dello Stato contro la violenza. D’altra parte, gli attivisti di Askatasuna e diverse forze politiche e sociali hanno condannato l’azione, organizzando manifestazioni di protesta che hanno visto anche momenti di tensione e scontri con le forze dell’ordine. Alcuni, come Giorgio Cremaschi, hanno interpretato lo sgombero come una mossa politica del governo per reprimere il dissenso, in particolare le mobilitazioni a sostegno della Palestina.

Il futuro di Askatasuna: un bene comune da non perdere

Nonostante lo sgombero e la rottura del patto, il comitato non si arrende. “Per noi non è assolutamente finita”, ha dichiarato Cremaschi, sottolineando come la questione di avere uno “spazio democratico” riguardi l’intero quartiere e la città. L’idea di un centro sociale autogestito e concordato con le istituzioni non viene vista come un “atto di sovversione”, ma come un modello di democrazia partecipata.

Il percorso per rendere Askatasuna un bene comune, come spiegato in passato da Ugo Zamburru, è un processo complesso, paragonato a quello che portò alla legge Basaglia per la chiusura dei manicomi. Un percorso che richiede dialogo, pazienza e la partecipazione attiva della cittadinanza. Il comitato aveva anche avviato una raccolta fondi per i lavori di messa in sicurezza del piano terra. Ora, l’appello è a tutte le “forze democratiche” e al sindaco affinché si riapra un confronto e non si disperda un patrimonio di socialità, cultura e aggregazione costruito in trent’anni, fondamentale per generazioni di giovani torinesi e per la vitalità del quartiere Vanchiglia.

Di veritas

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