Una vera e propria bufera si è abbattuta sui vertici dell’Associazione Italiana Arbitri (AIA). Il Tribunale Federale Nazionale, presieduto da Carlo Sica, ha emesso una sentenza di forte impatto, inibendo per 13 mesi il presidente Antonio Zappi. La decisione accoglie pienamente la richiesta formulata dal procuratore federale Giuseppe Chiné, che aveva deferito Zappi lo scorso 15 dicembre per la violazione dei principi di lealtà, correttezza e probità.

Al centro del procedimento, le presunte pressioni che il numero uno dell’AIA avrebbe esercitato su Maurizio Ciampi e Alessandro Pizzi, all’epoca responsabili rispettivamente della CAN C e della CAN D, per indurli a rassegnare le dimissioni. L’obiettivo, secondo l’accusa, era quello di liberare le due caselle per nominare due ex arbitri di grande prestigio come Daniele Orsato e Stefano Braschi. Insieme a Zappi è stato sanzionato anche Emanuele Marchesi, componente del Comitato Nazionale dell’AIA, con un’inibizione di due mesi.

Le accuse della Procura Federale

Secondo la ricostruzione della Procura FIGC, i fatti risalgono alla seduta del Comitato Nazionale AIA del 4 luglio 2025. In quell’occasione, Zappi avrebbe messo in atto una serie di condotte volte a spingere Ciampi e Pizzi a lasciare i loro incarichi, nonostante entrambi avessero contratti in vigore con la FIGC fino al 30 giugno 2026. Ai due sarebbero stati offerti incarichi alternativi, non apicali e meno remunerati, per favorire l’insediamento di Orsato e Braschi.

L’inchiesta, sviluppatasi su un fascicolo di oltre 250 pagine, ha raccolto diverse testimonianze. Se in un primo momento Ciampi e Pizzi avevano negato di aver subito pressioni, in audizioni successive avrebbero cambiato versione, parlando di telefonate tese, forte stress emotivo e la sensazione di essere stati indotti alle dimissioni. In particolare, Ciampi avrebbe raccontato di aver avuto una “crisi di nervi” e di aver pianto, subendo inoltre un danno economico di circa 10.000 euro dal cambio di ruolo, mentre Pizzi avrebbe perso fino a 30.000 euro.

La difesa di Zappi e lo svolgimento del processo

Antonio Zappi ha sempre rigettato le accuse, rivendicando la “piena legittimità del proprio operato” e parlando di “ora più buia” per l’associazione. Prima del deferimento, aveva tentato la via del patteggiamento con una proposta di 45 giorni, poi ridotti, ma senza alcuna ammissione di colpevolezza. L’istanza è stata però respinta dalla Procura perché ritenuta incongrua.

Durante l’udienza davanti al Tribunale Federale Nazionale, la difesa di Zappi, rappresentata dagli avvocati Santoro, Sterratino e Sperduti, ha presentato numerose richieste istruttorie, tra cui quella di riascoltare i testimoni. Tali richieste sono state però respinte dal TFN dopo una breve camera di consiglio, portando alla pesante sentenza di inibizione.

Cosa succede ora? Il futuro dell’AIA

La sentenza è immediatamente esecutiva, il che significa che il presidente Zappi non può operare. La gestione dell’AIA passa temporaneamente nelle mani del suo vicario, Francesco Massini. Tuttavia, la questione della decadenza dalla carica di presidente è più complessa. Secondo l’articolo 15 del regolamento AIA, la decadenza scatta in caso di sanzioni disciplinari definitive superiori a un anno. Pertanto, Zappi rimarrà formalmente presidente in attesa del secondo grado di giudizio, dopo il quasi certo ricorso alla Corte d’Appello Federale.

Se la condanna dovesse essere confermata in via definitiva, si aprirebbero due scenari per l’Associazione Italiana Arbitri: nuove elezioni o un commissariamento disposto direttamente dalla FIGC. Quest’ultima ipotesi potrebbe accelerare il progetto, già in cantiere, di creare un gruppo di arbitri professionisti sotto l’egida di FIGC e Lega Serie A, ridisegnando profondamente la governance del settore arbitrale italiano.

Di nike

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