C’è un silenzio quasi assordante attorno al nome di Amedeo Nazzari per le nuove generazioni di cinefili. Un silenzio che stride con la fragorosa popolarità che lo avvolse per decenni, trasformandolo non solo in un attore di straordinario successo, ma in un vero e proprio mito nazionale, un’icona di virilità, eleganza e rigore morale in cui un’Italia intera si riconosceva. A squarciare questo velo di oblio giunge, come un faro nella nebbia, la monumentale biografia “Amedeo Nazzari” (Edizioni Sabinae, 442 pp, 22 euro), firmata dal giornalista e scrittore Roberto Liberatori. Un’opera necessaria e appassionante, che colma un vuoto bibliografico e critico, restituendoci la complessità di una figura cardine del nostro patrimonio culturale.
Il libro, come sottolinea l’autore, non sarebbe stato possibile senza la generosa collaborazione di Evelina Nazzari, unica figlia dell’attore, che ha aperto per la prima volta gli archivi privati di famiglia. Lettere, diari, fotografie e memorie personali compongono un mosaico inedito e prezioso, che permette a Liberatori di ricostruire non solo la folgorante carriera pubblica, ma anche le zone d’ombra, le fragilità e le passioni dell’uomo Amedeo Buffa.
Dalle origini sarde al trionfo a Cinecittà
La storia di Amedeo Nazzari è un romanzo che si intreccia a doppio filo con la storia d’Italia. Nato a Cagliari il 10 dicembre 1907 come Amedeo Carlo Leone Buffa, la sua infanzia fu segnata dalla prematura scomparsa del padre, proprietario di un pastificio. Questo evento traumatico spinse la madre, Argenide, a trasferirsi a Roma con i figli. Qui, nel collegio dei Salesiani, il giovane Amedeo scoprì la vocazione per il palcoscenico, partecipando alle recite scolastiche. Una passione divorante che lo portò ad abbandonare gli studi universitari per dedicarsi anima e corpo al teatro.
Il suo percorso artistico fu illuminato da figure femminili di grande spessore che ne intuirono il talento. In teatro, furono pigmalioni come Marta Abba e Elsa Merlini a guidare i suoi primi passi. Ma fu il cinema a consacrarlo, e ancora una volta grazie a una donna: la vulcanica Anna Magnani. Fu lei a convincere il marito, il regista Goffredo Alessandrini, ad affidargli il ruolo di un ufficiale pilota in “Cavalleria” del 1936. Il film, insieme al successivo “Luciano Serra Pilota” (1938), fu un successo travolgente, proiettandolo istantaneamente nell’olimpo dei divi.
Il “Divo perbene” tra fascismo, guerra e melodramma
L’immagine di Nazzari si consolidò con pellicole che ne esaltavano la presenza scenica, la bellezza latina e la voce baritonale. Il suo ruolo in “La cena delle beffe” di Alessandro Blasetti (1942) divenne leggendario, così come l’interpretazione in “Caravaggio, il pittore maledetto” (1941) di Alessandrini, che gli valse un premio alla Mostra di Venezia. Visse con tormento il periodo confuso dell’armistizio, riuscendo a non compromettersi con il cinema di regime della Repubblica di Salò.
Nel dopoguerra, la sua carriera ripartì con rinnovato vigore. Lavorò con i più grandi registi dell’epoca: da Alberto Lattuada in “Il bandito” (1946), che gli valse il Nastro d’Argento, a Mario Camerini ne “La figlia del Capitano” (1947), fino a Federico Fellini che lo volle per un cameo iconico in “Le notti di Cabiria” (1957), a incarnare l’essenza stessa del divismo.
Ma fu l’incontro con il regista Raffaello Matarazzo a trasformarlo in un fenomeno popolare senza precedenti. A partire da “Catene” (1949), la coppia artistica formata con l’attrice Yvonne Sanson diede vita a una serie di melodrammi strappalacrime (ben sette film) che, seppur bistrattati dalla critica, sbancarono i botteghini, intercettando i sogni e le emozioni di un’Italia ferita in cerca di riscatto. Questi film, rivalutati nel tempo, rappresentano uno spaccato sociologico di un’intera nazione.
Il rifiuto a Hollywood e l’amore per l’Italia
La fama di Nazzari travalicò i confini nazionali. Hollywood lo corteggiò a lungo, offrendogli la possibilità di recitare accanto a dive del calibro di Marilyn Monroe. Ma lui rifiutò, frenato dalla timidezza, dalla scarsa padronanza dell’inglese e dal timore di non essere all’altezza come ballerino. Un altro “no” celebre fu quello a un contratto milionario in Argentina: il ruolo propostogli, quello di un italiano corrotto e senza scrupoli, fu ritenuto un disdoro per l’immagine del suo Paese. Un gesto di profondo patriottismo che, si narra, gli valse la stima e la protezione di Evita Peron, che lo aiutò a rientrare in Italia senza penali.
La biografia di Liberatori non si limita a raccontare il divo, ma indaga l’uomo. Emerge il ritratto di una personalità complessa: un professionista rigoroso, schivo e lontano dai pettegolezzi, ma anche un uomo segnato da profonde malinconie e da un rapporto non sempre facile con l’universo femminile. Un italiano sobrio e virile, che nella vita assomigliava incredibilmente ai suoi personaggi, incarnando un ideale in cui un’intera generazione si è voluta specchiare.
Riscoprire oggi Amedeo Nazzari attraverso le pagine di questo libro significa non solo rendere omaggio a un gigante del nostro cinema, ma anche intraprendere un viaggio affascinante nella storia e nella cultura di un’Italia che non c’è più, ma le cui radici continuano a nutrire il nostro presente.
