TEHERAN – L’Iran è nuovamente teatro di una violenta repressione. Un’ondata di proteste, innescata dal crollo della valuta nazionale e dal carovita, si è estesa a macchia d’olio in tutto il Paese a partire dalla fine di dicembre 2025, trasformandosi in una aperta sfida al regime teocratico. La risposta delle autorità è stata immediata e brutale, con un bilancio di vittime che continua a salire di ora in ora. Secondo gli ultimi dati forniti dall’agenzia di stampa statunitense Human Rights Activists News Agency (HRANA), il numero delle vittime accertate è salito ad almeno 65, mentre si contano non meno di 2.311 arresti.
Tuttavia, il quadro reale potrebbe essere molto più grave. In un contesto di blackout quasi totale di Internet imposto dalle autorità per soffocare il dissenso, emergono testimonianze agghiaccianti. Una fonte medica citata dalla rivista Time ha rivelato che solo in sei ospedali della capitale Teheran sarebbero stati registrati almeno 217 decessi tra i manifestanti, la maggior parte dei quali uccisi da colpi di arma da fuoco. Questa discrepanza tra i dati ufficiali delle ONG, che contabilizzano solo i casi verificati con nome e cognome, e le stime provenienti dal campo, evidenzia la difficoltà di ottenere informazioni precise e l’intensità della violenza in atto.
Le radici della rabbia: una crisi economica profonda
Alla base della nuova fiammata di proteste c’è una crisi economica devastante che ha messo in ginocchio la popolazione iraniana. La profonda svalutazione del rial, un’inflazione galoppante e la cronica cattiva gestione statale hanno eroso il potere d’acquisto dei cittadini, rendendo insostenibile la vita quotidiana per milioni di persone. La scintilla è partita simbolicamente dal Grande Bazar di Teheran, un tempo pilastro di sostegno del regime, dove i commercianti hanno scioperato contro l’instabilità economica. Da lì, la protesta si è rapidamente estesa a oltre 180 città in tutte le 31 province del Paese, unendo diverse fasce della società in un coro di dissenso che chiede non solo pane, ma anche libertà e dignità.
Il pugno di ferro del regime
La reazione del governo iraniano è stata improntata alla massima durezza. La Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha definito i manifestanti “sabotatori” e “rivoltosi”, accusando potenze straniere come Stati Uniti e Israele di fomentare i disordini per destabilizzare la Repubblica Islamica. Le forze di sicurezza, inclusi i Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) e le milizie Basij, sono state messe in stato di massima allerta e hanno ricevuto l’ordine di usare la forza per sedare le manifestazioni. Organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato l’uso illegale e sistematico della forza letale, con le forze dell’ordine che hanno sparato proiettili veri sulla folla, spesso in contesti di manifestazioni largamente pacifiche. La magistratura ha inoltre minacciato i manifestanti con l’accusa di “inimicizia contro Dio” (moharebeh), un reato che in Iran è punibile con la pena di morte.
Un blackout informativo per nascondere la repressione
Per impedire la diffusione di notizie e immagini della repressione, le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di Internet a livello nazionale. Questa tattica, già utilizzata in passato, mira a isolare i manifestanti, ostacolare il loro coordinamento e nascondere al mondo la reale portata della violenza. Nonostante il blocco delle comunicazioni, alcuni video e testimonianze continuano a filtrare, mostrando scene di coraggio da parte dei cittadini e di estrema brutalità da parte delle forze di sicurezza, che in alcuni casi avrebbero fatto irruzione negli ospedali per arrestare o uccidere i manifestanti feriti.
Le reazioni internazionali
La comunità internazionale segue con crescente preoccupazione l’evolversi della situazione. L’Unione Europea ha espresso solidarietà al popolo iraniano, condannando la violenza e il blocco di Internet come un segno della “paura del regime nei confronti del proprio popolo”. Anche gli Stati Uniti, con il presidente Donald Trump, hanno dichiarato di essere pronti ad aiutare i manifestanti che “lottano per la libertà”. Tuttavia, al di là delle condanne verbali, le opzioni di intervento esterno rimangono limitate e complesse, in un quadro geopolitico mediorientale già estremamente teso.
