Caracas, Venezuela – Un velo di mistero avvolge uno dei luoghi più sinistri del Venezuela: El Helicoide. Notizie recenti riportano “movimenti insoliti” e un presunto smantellamento di uffici all’interno di questo imponente edificio di Caracas, che da centro commerciale d’avanguardia è stato trasformato in uno dei principali centri di detenzione e tortura del Paese, nonché quartier generale del Servizio Bolivariano di Intelligence Nazionale (Sebin). Le informazioni, ancora frammentarie e non confermate ufficialmente, stanno alimentando un vortice di speculazioni e speranze, in un momento politico particolarmente delicato per la nazione sudamericana.
Le prime indiscrezioni e l’ordine da Miraflores
A lanciare l’allarme è stato il giornalista ed ex prigioniero politico Jesús Medina Ezaine, il quale, citando fonti interne, ha parlato di un’operazione discreta ordinata direttamente dal Palazzo di Miraflores, sede della presidenza. L’ordine sarebbe stato impartito al generale Rubén Santiago, attuale direttore della Polizia Nazionale Bolivariana (PNB) e responsabile della sicurezza del complesso. Secondo le testimonianze raccolte, l’operazione includerebbe il trasferimento di oltre venti veicoli, alcuni dei quali necessiterebbero dell’ausilio di gru, e lo sgombero progressivo di diverse aree operative, comprese quelle utilizzate da vari corpi investigativi.
La natura clandestina di queste attività è accentuata dalle rigide misure di sicurezza che circondano El Helicoide, un vero e proprio fortino nel cuore di Caracas, rendendo quasi impossibile ottenere conferme visive o immagini di quanto sta accadendo.
Uffici in trasloco, ma i prigionieri?
Mentre le notizie sui movimenti logistici si diffondono, il punto cruciale rimane il destino dei detenuti, in particolare dei numerosi prigionieri politici che, secondo organizzazioni per i diritti umani, sono rinchiusi e subiscono abusi sistematici all’interno della struttura. Al momento, non vi è alcuna conferma ufficiale riguardo a eventuali trasferimenti o liberazioni di massa.
A gettare acqua sul fuoco delle speranze è il giornalista Alejandro Hernández, direttore del portale La Gran Aldea, secondo cui i traslochi interesserebbero esclusivamente gli uffici della Polizia Nazionale Bolivariana e non le celle dove sono reclusi i prigionieri politici. Questa versione dei fatti suggerirebbe una riorganizzazione logistica interna delle forze di sicurezza piuttosto che un cambiamento nella politica detentiva o, come alcuni sperano, un primo passo verso la chiusura del centro di tortura.
Tuttavia, queste notizie si inseriscono in un contesto più ampio di annunci e gesti distensivi. Recentemente, il presidente dell’Assemblea Nazionale, Jorge Rodríguez, ha annunciato il rilascio di un “numero significativo” di detenuti, sia venezuelani che stranieri, come “gesto unilaterale” per favorire la pace. In effetti, alcuni prigionieri, tra cui cittadini spagnoli e l’italiano Luigi Gasperin, sono già stati liberati, alimentando le speranze per altri connazionali detenuti, come il cooperante Alberto Trentini.
El Helicoide: da utopia architettonica a simbolo di repressione
La storia dell’Helicoide è una potente metafora della parabola del Venezuela. Progettato negli anni ’50 dagli architetti Pedro Neuberger, Dirk Bornhorst e Jorge Romero Gutiérrez, doveva essere un avveniristico centro commerciale “drive-in” a forma di piramide elicoidale, un simbolo del boom economico e della modernità del Paese. La sua struttura a spirale avrebbe permesso ai clienti di guidare fino alla porta del negozio desiderato.
Il progetto, tuttavia, non fu mai completato. Dopo decenni di abbandono, negli anni ’80 l’edificio fu acquisito dallo Stato e trasformato nella sede della DISIP, la polizia politica dell’epoca, predecessora del Sebin. Da allora, e in particolare sotto i governi di Hugo Chávez e Nicolás Maduro, El Helicoide è diventato sinonimo di repressione, detenzione arbitraria e tortura. Le testimonianze dei sopravvissuti e i rapporti di organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite descrivono un vero e proprio “inferno”, con metodi di tortura che includono percosse, elettroshock, asfissia, posizioni di stress forzate e abusi psicologici.
Un contesto internazionale in evoluzione
I recenti avvenimenti all’Helicoide non possono essere slegati dal mutato scenario politico venezuelano, segnato dal clamoroso blitz delle forze speciali statunitensi che ha portato alla cattura dell’ex presidente Nicolás Maduro. Questo evento ha rimescolato le carte in tavola, aprendo nuovi canali di dialogo e pressione internazionale. Le dichiarazioni dell’ex presidente USA Donald Trump, che ha parlato esplicitamente della chiusura di una “camera di tortura a Caracas” in seguito alla cattura di Maduro, hanno riacceso i riflettori internazionali sulla struttura.
Sebbene non ci siano ancora conferme ufficiali sulla chiusura definitiva dell’Helicoide, la combinazione di pressioni internazionali, negoziati politici e gesti unilaterali da parte del nuovo establishment venezuelano potrebbe effettivamente portare a un cambiamento significativo. La comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani restano in attesa, monitorando la situazione con cautela e speranza, consapevoli che il futuro dell’Helicoide sarà un termometro fondamentale per misurare la reale volontà di cambiamento e riconciliazione in Venezuela.
