La scena geopolitica internazionale è nuovamente teatro di forti tensioni a seguito del sequestro da parte degli Stati Uniti della petroliera Marinera (precedentemente nota come Bella 1), un’imbarcazione legata al Venezuela e battente bandiera russa. L’operazione, avvenuta in acque internazionali nell’Oceano Atlantico, ha provocato l’immediata e dura condanna da parte della Cina, che ha definito l’azione di Washington un atto “arbitrario” e una “grave violazione del diritto internazionale”. Questa mossa si inserisce in una complessa partita a scacchi che coinvolge sanzioni economiche, controllo delle rotte energetiche e delicati equilibri di potere tra le principali potenze mondiali.
La condanna di Pechino: “Violazione della Carta dell’ONU”
La reazione più veemente all’operazione statunitense è giunta da Pechino. La portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha dichiarato senza mezzi termini che il sequestro è un “atto arbitrario a danno di navi di altri Paesi in alto mare”. Nel corso di una conferenza stampa, la portavoce ha ribadito la ferma opposizione della Cina alle “sanzioni unilaterali illegali, prive di fondamento nel diritto internazionale e non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu”. Pechino si schiera contro “qualsiasi azione che violi scopi e principi della Carta dell’Onu” e che possa ledere “sovranità e sicurezza di altri Paesi”. La posizione cinese evidenzia una crescente insofferenza verso quelle che considera azioni coercitive unilaterali da parte di Washington, in un contesto di rivalità strategica sempre più accesa.
I dettagli dell’operazione e la “flotta ombra”
Il sequestro della Marinera è il culmine di un lungo inseguimento. La nave, precedentemente nota come Bella 1, era da tempo nel mirino delle autorità statunitensi per presunte violazioni delle sanzioni imposte al Venezuela e all’Iran. L’imbarcazione fa parte di quella che viene definita la “flotta ombra”, una rete di petroliere utilizzate per aggirare gli embarghi internazionali, spesso cambiando nome, bandiera e spegnendo i transponder di localizzazione per nascondere le proprie rotte. Dopo un primo tentativo di abbordaggio fallito nei Caraibi, la nave ha cambiato identità diventando la Marinera e issando bandiera russa, ottenuta temporaneamente dal porto di Sochi.
L’operazione finale è stata condotta da forze speciali statunitensi, supportate dal Regno Unito, nell’Atlantico settentrionale, tra la Scozia e l’Irlanda. Quasi in contemporanea, una seconda petroliera, la Sophia, è stata intercettata e sequestrata nei Caraibi, confermando la determinazione di Washington nel voler smantellare questa rete logistica.
La reazione di Mosca e il braccio di ferro legale
Anche la Russia ha reagito con forza, definendo l’operazione “illegale” e una palese violazione del diritto internazionale. Mosca sostiene di aver informato ufficialmente Washington dell’appartenenza russa della nave e del suo “status civile e pacifico” prima dell’abbordaggio. Il ministero dei Trasporti russo ha denunciato la violazione della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, che sancisce la libertà di navigazione in alto mare. La Casa Bianca, dal canto suo, ha affermato di aver considerato la petroliera “apolide” al momento dell’intervento. Questa divergenza di interpretazioni apre un complesso contenzioso legale sul piano internazionale.
Il contesto: sanzioni al Venezuela e la guerra dell’energia
L’intera vicenda si inquadra nella strategia di massima pressione che gli Stati Uniti applicano da anni nei confronti del Venezuela. L’obiettivo è quello di rendere effettivo l’embargo sul petrolio venezuelano per indebolire il governo di Caracas. Il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, ha ribadito che “il blocco del petrolio venezuelano sanzionato e illecito rimane in vigore, ovunque nel mondo”. Queste azioni militari indicano l’apertura di una nuova fase nella “guerra dell’energia”, dove il controllo delle rotte marittime e la repressione del contrabbando diventano strumenti cruciali di politica estera e di sicurezza energetica.
La Cina, essendo uno dei principali acquirenti del petrolio venezuelano a prezzi scontati, ha un interesse diretto nella vicenda. L’intervento statunitense minaccia le sue forniture energetiche e rappresenta una sfida alla sua crescente influenza globale. La collaborazione tra il governo ad interim venezuelano e gli Stati Uniti sul destino dei carichi sequestrati segnala inoltre un riallineamento degli equilibri di potere nella regione, con Washington che punta a controllare le vendite di greggio di Caracas “a tempo indeterminato”.
