La temperatura politica sale vertiginosamente attorno al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. A innescare la miccia è la questione della data del voto, con il Governo che sembra intenzionato ad accelerare i tempi e il comitato promotore della raccolta firme popolari che alza le barricate, minacciando una dura battaglia legale. Il Consiglio dei Ministri, secondo fonti parlamentari, potrebbe decidere la data già nella riunione di lunedì prossimo, con l’ipotesi più accreditata che indica domenica 22 marzo. Una mossa che, se confermata, aprirebbe uno scontro istituzionale senza precedenti recenti.
La Posizione del Comitato Promotore: “Pronti a Impugnare in Tutte le Sedi”
A farsi portavoce del dissenso è l’avvocato Carlo Guglielmi, portavoce del comitato dei 15 cittadini che sta portando avanti la raccolta firme. Le sue parole, rilasciate all’ANSA, sono inequivocabili: “Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune”. Guglielmi fa riferimento a una consuetudine consolidata nei quattro precedenti referendum costituzionali della storia italiana, secondo cui il decreto di fissazione del voto è sempre stato emesso dopo la scadenza dei tre mesi previsti per la raccolta delle firme.
La raccolta di firme, un’iniziativa di democrazia diretta prevista dall’articolo 138 della Costituzione, terminerà il 30 gennaio. Fissare una data prima di allora, secondo i promotori, non solo violerebbe la prassi ma rappresenterebbe una mancanza di rispetto verso le centinaia di migliaia di cittadini che hanno già aderito. “Il nostro compito è far sì che le 280 mila firme raccolte finora non vengano buttate nel secchio. Faremo tutto ciò che la legge consente per evitarlo”, ha aggiunto Guglielmi, confermando la volontà di ricorrere fino alla Corte Costituzionale per difendere quello che definisce “il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione”.
Le Ragioni del Governo e il Quadro Normativo
Dal canto suo, l’esecutivo si appella a una lettura stringente della legge. Fonti governative richiamano l’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, che regola le procedure referendarie. Questa norma stabilisce che il referendum debba essere indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione. Poiché la Cassazione ha ammesso le richieste referendarie presentate dai parlamentari lo scorso 18 novembre, il termine ultimo per la decisione del governo scadrebbe il 17 gennaio. La stessa legge prevede poi che il voto si tenga in una domenica compresa tra il 50° e il 70° giorno successivo al decreto di indizione.
Questa interpretazione, tuttavia, non tiene conto della richiesta di referendum avanzata per iniziativa popolare, che ha tempi diversi e il cui iter non si è ancora concluso. La prassi storica, come sottolineato da analisi giuridiche, si è sempre orientata nel senso di attendere la scadenza del termine di tre mesi per consentire a tutte le iniziative (parlamentari, regionali e popolari) di completarsi. La decisione del governo Amato nel 2001, in occasione del referendum sul Titolo V, è un precedente significativo: si stabilì di attendere la fine del trimestre proprio per non pregiudicare la raccolta firme dei cittadini.
Uno Scontro tra Prassi e Diritto
La controversia si configura quindi come un complesso intreccio tra interpretazione letterale della legge e prassi costituzionale consolidata. Da un lato, il governo rivendica la legittimità di agire entro i termini previsti dalla legge del 1970, spingendo per una data a fine marzo. Dall’altro, il comitato promotore difende il principio di massima partecipazione democratica, sostenendo che un’accelerazione lederebbe il diritto dei cittadini di farsi promotori del referendum e di avere il tempo necessario per una campagna informativa adeguata.
La mobilitazione popolare, infatti, non ha solo lo scopo di raggiungere le 500.000 firme necessarie, ma anche di rendere più consapevole e partecipato il dibattito su una riforma che incide profondamente sull’architettura costituzionale della magistratura. Una decisione affrettata sulla data del voto potrebbe essere percepita come un tentativo di “comprimere” questo dibattito, favorendo una delle parti in campo. I prossimi giorni saranno decisivi: la riunione del Consiglio dei Ministri di lunedì chiarirà le reali intenzioni dell’esecutivo e determinerà se lo scontro si sposterà, come promesso, nelle aule di tribunale.
