Milano – Un’atmosfera carica di attesa circonda il quartier generale della Bicocca. Pirelli, icona del Made in Italy e leader globale nel settore degli pneumatici ad alte prestazioni, si trova a un punto di svolta cruciale della sua storia ultracentenaria. Al centro della scena, un complesso negoziato con il suo maggiore azionista, il conglomerato statale cinese Sinochem, che detiene circa il 34% del capitale. La posta in gioco è altissima: la futura struttura di governance, l’autonomia strategica del management italiano e, soprattutto, l’accesso a un mercato fondamentale come quello degli Stati Uniti, che da solo rappresenta circa un quinto dei ricavi totali del gruppo.

Il Nodo Geopolitico: la Pressione USA e il Rischio Tecnologico

La questione affonda le sue radici in un contesto geopolitico sempre più polarizzato. Washington ha infatti varato normative stringenti che, a partire da marzo, potrebbero vietare la commercializzazione negli Stati Uniti di veicoli e componenti dotati di software e hardware riconducibili a interessi cinesi, capaci di raccogliere e trasmettere dati sensibili. Questa misura colpisce direttamente il cuore dell’innovazione di Pirelli: la tecnologia Cyber Tyre. Si tratta di pneumatici intelligenti dotati di sensori in grado di raccogliere informazioni in tempo reale su aderenza, stato dell’asfalto e geolocalizzazione, dati preziosi per la sicurezza e le performance dei veicoli connessi e delle future smart city. La presenza di un azionista di stato cinese come Sinochem nell’assetto proprietario di Pirelli fa scattare un campanello d’allarme per le autorità americane, minacciando di escludere di fatto i prodotti più avanzati del gruppo italiano da un mercato chiave.

Un Ventaglio di Ipotesi: Dalla “Dieta Cinese” all’Uscita Completa

Le diplomazie aziendali sono al lavoro da mesi per trovare una soluzione che possa disinnescare la bomba a orologeria. Sul tavolo delle trattative, secondo indiscrezioni riportate da diverse agenzie di stampa internazionali, ci sono molteplici opzioni, tutte complesse e con implicazioni significative.

  • Riduzione della quota a “investimento passivo”: L’ipotesi più accreditata e al momento al centro delle discussioni è la riduzione della partecipazione di Sinochem dall’attuale 34% a circa il 10%. Una soglia che trasformerebbe il colosso cinese in un “investitore passivo”, privo di un’influenza determinante sulle decisioni strategiche e gestionali, e che quindi potrebbe essere accettata dalle autorità statunitensi.
  • Cessione totale: Un’altra opzione, ciclicamente riproposta dai rumors di mercato, è la vendita dell’intera partecipazione da parte di Sinochem. Sebbene finora esclusa da ambienti vicini al gruppo cinese, la nomina di un advisor come BNP Paribas per valutare le opzioni di vendita suggerisce che anche questo scenario non sia del tutto archiviato.
  • Soluzioni finanziarie intermedie: Si parla anche di operazioni più tecniche come un ABB (Accelerate Bookbuild), ovvero una vendita accelerata di un pacchetto di azioni (10-15%), o l’emissione di un bond convertibile che consentirebbe un’uscita più graduale.

Il Ruolo del Governo Italiano e l’Ombra del Golden Power

In questa partita a scacchi, un ruolo da protagonista è giocato dal governo italiano, che considera Pirelli un asset di rilevanza strategica nazionale. L’esecutivo, guidato dal ministro Adolfo Urso, sta monitorando attentamente la situazione, facilitando il dialogo tra le parti per trovare un accordo. Tuttavia, Palazzo Chigi ha messo in chiaro che, in assenza di una soluzione condivisa entro scadenze ravvicinate (si parla di metà marzo), è pronto a ricorrere allo strumento del Golden Power.

Questo potere speciale, già esercitato nel 2023 per limitare l’influenza cinese e riscrivere parte del patto parasociale a tutela dell’autonomia di Pirelli, potrebbe essere utilizzato in una forma ancora più incisiva. L’extrema ratio sarebbe il congelamento dei diritti di voto di Sinochem, una mossa che neutralizzerebbe di fatto il peso del socio cinese nelle assemblee, salvaguardando l’accesso al mercato USA ma aprendo scenari di contenzioso.

Dieci Anni di Convivenza Difficile: Una Partnership ai Ferri Corti

La crisi attuale è il culmine di una convivenza decennale diventata sempre più complessa. L’ingresso di ChemChina (poi fusa in Sinochem) nel 2015 fu visto inizialmente come un’iniezione di capitali necessaria. Con il tempo, però, le tensioni sono emerse, in particolare dopo il rinnovo del patto parasociale nel 2022, quando le ambizioni cinesi di avere un ruolo più attivo nelle decisioni strategiche si sono fatte più pressanti.

Lo scontro si è fatto aperto nel 2025, quando nella relazione finanziaria è stato messo nero su bianco che “il controllo di Sinochem è venuto meno”, una dichiarazione approvata a maggioranza dal CdA con il voto contrario dei consiglieri cinesi. Da quel momento, ogni bilancio è passato con il solo voto della maggioranza, segnando una spaccatura profonda in seno alla governance. La situazione è resa ancora più urgente dalla scadenza, il prossimo 19 maggio, del patto tra Sinochem e Camfin, la holding di Marco Tronchetti Provera che detiene oltre il 25% delle quote, che impone la definizione di un nuovo assetto di governo societario.

Il futuro di Pirelli si decide ora, in un equilibrio precario tra interessi industriali, equilibri finanziari e pressioni geopolitiche. La soluzione che emergerà da queste complesse trattative non solo definirà il destino di uno dei marchi più prestigiosi d’Italia, ma rappresenterà anche un importante precedente nelle relazioni economiche tra Occidente e Cina nell’era della competizione tecnologica globale.

Di davinci

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