Strasburgo – Si chiude definitivamente, con una sentenza storica della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), una delle più lunghe e complesse saghe giudiziarie della storia italiana. In data 8 gennaio 2026, i giudici di Strasburgo hanno respinto i ricorsi presentati da Silvio Berlusconi e dalla sua holding Fininvest, ponendo la parola fine alla vicenda del Lodo Mondadori. La Corte ha stabilito che la giustizia italiana non ha violato né il diritto a un equo processo per Fininvest, né il principio di presunzione d’innocenza per l’ex premier. L’unica nota a favore dei ricorrenti riguarda un aspetto marginale: la “mancata motivazione da parte della Corte di Cassazione della condanna alle spese processuali”, un dettaglio che non intacca la sostanza della decisione.
Le origini della contesa: la “Guerra di Segrate”
Per comprendere la portata di questa decisione, è necessario tornare indietro nel tempo, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Al centro della contesa, il controllo della Arnoldo Mondadori Editore, uno dei più prestigiosi gruppi editoriali italiani. Da una parte Silvio Berlusconi, imprenditore in piena ascesa con il suo impero televisivo Fininvest; dall’altra Carlo De Benedetti, a capo della CIR (Compagnie Industriali Riunite). La battaglia, passata alla cronaca come la “Guerra di Segrate”, vide i due finanzieri scontrarsi per assicurarsi la maggioranza della casa editrice dopo la morte di Mario Formenton, genero del fondatore Arnoldo Mondadori.
La situazione si complicò quando, dopo un accordo iniziale con De Benedetti, gli eredi Formenton cambiarono fronte, alleandosi con Berlusconi. La disputa finì davanti a un collegio arbitrale che, nel giugno del 1990, diede ragione a De Benedetti. Ma la partita era tutt’altro che chiusa.
La sentenza “comprata” e l’avvio del processo penale
Berlusconi impugnò il lodo arbitrale davanti alla Corte d’Appello di Roma. Il 24 gennaio 1991, i giudici ribaltarono la decisione, consegnando di fatto il controllo della Mondadori a Fininvest. Anni dopo, le indagini della Procura di Milano svelarono un retroscena inquietante: quella sentenza era stata “comprata”. L’accusa, poi cristallizzata in sentenze definitive, fu di corruzione in atti giudiziari. Secondo i magistrati, l’avvocato di Fininvest, Cesare Previti, corruppe il giudice estensore della sentenza, Vittorio Metta, con 400 milioni di lire provenienti da fondi neri di Fininvest. Questo atto illecito, secondo l’accusa, fu decisivo per orientare la sentenza a favore del gruppo di Berlusconi.
Il processo penale che ne scaturì fu lungo e complesso, intrecciandosi con un altro celebre caso giudiziario, quello Imi-Sir. Nel luglio del 2007, la Cassazione confermò in via definitiva le condanne per corruzione a carico di Previti, Metta e altri intermediari. Silvio Berlusconi, invece, uscì dal processo penale grazie alla prescrizione, dichiarata per il reato di corruzione semplice a seguito della concessione delle attenuanti generiche.
La battaglia civile e il maxi-risarcimento
La conclusione del processo penale aprì la strada a una nuova, durissima battaglia in sede civile. La Cir di De Benedetti citò in giudizio Fininvest, chiedendo un risarcimento per il danno subito a causa della sentenza “truccata”, un danno definito come “perdita di chance”.
Il percorso giudiziario civile ha seguito diverse tappe fondamentali:
- 3 ottobre 2009: Il Tribunale di Milano, con una sentenza del giudice Raimondo Mesiano, condanna Fininvest a risarcire la Cir con una somma di circa 750 milioni di euro.
- 9 luglio 2011: La Corte d’Appello di Milano conferma la condanna, ma riduce l’importo del risarcimento a circa 564 milioni di euro.
- 17 settembre 2013: La Corte di Cassazione mette un punto fermo sulla vicenda in Italia. Respinge il ricorso di Fininvest e conferma la condanna, ricalcolando l’importo finale del risarcimento in 494 milioni di euro. I giudici supremi motivarono che “l’avvocato Previti doveva ritenersi organicamente inserito nella struttura aziendale della Fininvest” e che la responsabilità del fatto corruttivo era riconducibile alla società.
Nel 2015, il Tribunale di Milano ha inoltre riconosciuto alla Cir un ulteriore risarcimento di 246mila euro per danni non patrimoniali.
Il verdetto finale di Strasburgo
Nonostante la sentenza definitiva della Cassazione, Fininvest e Berlusconi decisero di giocare un’ultima carta, presentando ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel marzo 2014. I ricorrenti sostenevano, tra le altre cose, la violazione del diritto a un equo processo e la lesione della presunzione d’innocenza di Berlusconi, dato che la sua responsabilità civile per corruzione era stata affermata nonostante la prescrizione in sede penale.
La CEDU, nella sua odierna sentenza, ha smontato queste argomentazioni. I giudici europei hanno ritenuto che i tribunali civili italiani abbiano agito correttamente, limitandosi a stabilire una responsabilità civile senza invadere il campo penale e senza attribuire a Berlusconi una colpevolezza penale. Hanno inoltre concluso che l’interpretazione data dalla Cassazione italiana non è stata “né arbitraria né manifestamente errata” e che è stato raggiunto un “giusto equilibrio” tra gli interessi delle parti. La Corte ha infine stabilito che il maxi-risarcimento non ha costituito una violazione del diritto di proprietà, essendo una conseguenza legittima e proporzionata di una decisione giudiziaria fondata.
La reazione di Fininvest è stata di profonda delusione. Il legale del gruppo, Andrea Saccucci, ha definito la decisione “deludente”, ribadendo la convinzione che Berlusconi sia stato vittima di una “grave ed evidentissima violazione del fondamentale principio della presunzione d’innocenza”. Gli eredi di Berlusconi e Fininvest hanno ora tre mesi per valutare un eventuale, seppur eccezionale, ricorso alla Grande Camera della CEDU.
