Il mondo del cinema trattiene il fiato, con lo sguardo rivolto a Teheran e a Los Angeles. Al centro di questo palcoscenico globale, teso tra il plauso internazionale e la morsa della repressione, si erge la figura di Jafar Panahi, uno dei più grandi maestri del cinema iraniano contemporaneo. Il suo nome risuona oggi non solo per il trionfo artistico – la prestigiosa Palma d’Oro al Festival di Cannes per il suo ultimo capolavoro, “Un Semplice Incidente” – ma anche per un atto di sfida di rara potenza: la decisione di rientrare in Iran. Una scelta che sa di sacrificio e di indomita resistenza, annunciata alla vigilia della notte degli Oscar, dove il suo film è tra i favoriti, e all’indomani di una nuova, ennesima condanna da parte del regime degli ayatollah.
A dicembre, mentre si trovava all’estero per promuovere la sua opera, il Tribunale Rivoluzionario di Teheran lo ha condannato in contumacia a un anno di carcere, a un divieto di lasciare il Paese per due anni e all’interdizione da ogni attività politica. L’accusa, sempre la stessa, come un’eco sinistra che perseguita gli intellettuali non allineati: “attività di propaganda contro il regime”. Panahi, che ha presentato appello, ha confidato al magazine The Hollywood Reporter la sua ferma intenzione di tornare a casa una volta conclusa la stagione dei premi, che culminerà con la cerimonia degli Oscar il 15 marzo. Un ritorno che assume i contorni di un atto politico, una dichiarazione di appartenenza e di lotta da combattere dall’interno, al fianco dei suoi connazionali.
Un Cinema che Nasce dalla Restrizione
La storia di Jafar Panahi è un intreccio inestricabile di arte e persecuzione. Condannato già nel 2010 a sei anni di prigione e a un bando ventennale dal girare film, rilasciare interviste e viaggiare, il regista non ha mai smesso di creare. Ha trasformato la costrizione in una cifra stilistica, la censura in un motore narrativo. Ha girato film in clandestinità, con budget irrisori e un’inventiva straordinaria, contrabbandando le sue opere fuori dal paese per mostrarle al mondo. Opere come “This Is Not a Film”, girato nel suo appartamento e portato a Cannes nascosto in una chiavetta USB dentro una torta, “Taxi Teheran”, dove lui stesso si finge tassista per raccogliere le storie della gente comune, e “Gli Orsi non Esistono”, Premio Speciale della Giuria a Venezia, sono diventati manifesti di un cinema necessario, vitale, che respira la stessa aria della resistenza civile.
“Un Semplice Incidente” (titolo internazionale “It Was Just an Accident”), girato segretamente in Iran, prosegue questo discorso. Il film, che esplora il dilemma morale di un gruppo di ex prigionieri politici convinti di aver catturato il loro vecchio aguzzino, attinge direttamente all’esperienza personale di detenzione e sorveglianza del regista. La vittoria della Palma d’Oro a Cannes 2025 non è stata solo un riconoscimento artistico, ma un potente messaggio di solidarietà da parte della comunità cinematografica internazionale. Ora, il film è entrato nella shortlist dei 15 migliori film internazionali in corsa per gli Oscar, rappresentando la Francia, paese co-produttore, dato che l’Iran non lo ha candidato.
“Condividiamo lo Stesso Dolore”: La Lotta Corale degli Artisti Iraniani
La battaglia di Panahi non è isolata. È il capitolo più visibile di una lotta corale che vede protagonisti innumerevoli artisti, attori e registi iraniani, perseguitati per il loro coraggio di esprimersi e di schierarsi. “Molti altri registi affrontano le mie stesse difficoltà”, ha dichiarato Panahi, citando casi specifici che dipingono un quadro desolante della repressione culturale in Iran.
- Ali Ahmadzadeh: durante le riprese del suo film ha subito un’irruzione sul set, con il sequestro di tutte le attrezzature.
- Behtash Sanaeeha e Maryam Moghaddam: la coppia di registi, autori del pluripremiato “My Favorite Cake”, ha subito il divieto di viaggiare e di girare, vedendosi confiscare i passaporti prima della premiere del loro film al Festival di Berlino. Sono stati poi condannati a una pena detentiva con sospensione della pena.
Una pressione particolarmente forte è esercitata sulle donne, simbolo e avanguardia del movimento “Donna, Vita, Libertà”, esploso nel 2022 dopo la tragica morte di Mahsa Amini. Attrici superstar come Taraneh Alidoosti, protagonista de “Il Cliente” di Asghar Farhadi, sono state arrestate per aver sostenuto pubblicamente le proteste e per essersi mostrate senza il velo obbligatorio. “Taraneh Alidoosti potrebbe lavorare ovunque fuori dall’Iran, ma abbiamo tutti deciso di restare”, ha sottolineato Panahi. Una scelta che è un manifesto: restare significa resistere, testimoniare, condividere il destino del proprio popolo.
Il Ritorno: Un Futuro Incerto, una Scelta Chiara
La decisione di Jafar Panahi di tornare in Iran dopo gli Oscar è carica di incognite e di pericoli. Il suo passaporto è quello del suo Paese, l’unico che possiede e riconosce. Nonostante la fama internazionale possa fungere da scudo parziale, il rischio di un arresto immediato è concreto, come già avvenuto nel luglio 2022 quando fu incarcerato per quasi sette mesi prima di essere rilasciato su cauzione a seguito di uno sciopero della fame. Il suo ritorno, però, non è un gesto di resa, ma l’affermazione più potente della sua identità di artista iraniano. È la volontà di continuare a fare cinema lì dove quel cinema è più necessario, trasformando ancora una volta la propria vita in un atto artistico e politico. Il mondo osserva, sperando che i riflettori degli Oscar possano illuminare non solo il suo talento, ma anche la coraggiosa e instancabile lotta per la libertà di un intero popolo.
