Il bagliore accecante delle luci di Hollywood a volte proietta ombre lunghe e inaspettate. È in una di queste zone d’ombra che sembra trovarsi oggi Mickey Rourke, l’icona del cinema degli anni ’80, il cui volto ha incarnato la bellezza ribelle e tormentata di un’intera generazione. A 73 anni, l’attore, un tempo tra i più pagati e desiderati dello star system, si trova ad affrontare una crisi profonda, tanto da dover ricorrere a una colletta online per non perdere la propria casa. La notizia, che ha rapidamente fatto il giro del mondo, parla di una pagina GoFundMe lanciata per raccogliere almeno 60 mila dollari, cifra necessaria a coprire gli affitti arretrati e a fermare un’ingiunzione di sfratto imminente.
Una parabola, quella di Rourke, che sembra scritta dalla penna di un abile sceneggiatore. Un percorso fatto di successi planetari, scelte controcorrente, cadute rovinose e incredibili resurrezioni. Dalle vette del successo con film cult come “Nove Settimane e Mezzo” e “Angel Heart – Ascensore per l’inferno”, fino alla decisione di abbandonare il cinema per inseguire il sogno, o forse il demone, del pugilato professionistico. Una scelta che gli ha lasciato segni indelebili sul volto e nell’anima, allontanandolo da quel mondo che lo aveva consacrato.
Dal ring al grande schermo, andata e ritorno
La carriera di Philip Andre “Mickey” Rourke Jr. è un manuale di come si possa raggiungere l’apice e poi perdere tutto, per poi provare a risalire. Negli anni Ottanta, era il simbolo del “bad boy” dal cuore d’oro, capace di magnetizzare l’obiettivo con un’intensità rara. Film come “Diner” di Barry Levinson e “Rusty il selvaggio” (Rumble Fish) di Francis Ford Coppola lo imposero come uno dei talenti più puri della sua generazione. Il successo erotico e patinato di “Nove Settimane e Mezzo” al fianco di Kim Basinger lo trasformò in un sex symbol globale.
Tuttavia, il carattere difficile, le scelte professionali discutibili e una crescente disillusione verso l’industria cinematografica lo portarono, nei primi anni Novanta, a indossare nuovamente i guantoni da boxe. Una seconda carriera che, sebbene condotta con determinazione, non gli portò la stessa gloria del cinema e contribuì a modificare drasticamente i suoi lineamenti, un tempo perfetti. Il ritorno a Hollywood fu lento e faticoso, costellato di ruoli minori in film di serie B, fino alla straordinaria rinascita del 2008.
“The Wrestler”: un capolavoro quasi autobiografico
È con “The Wrestler” di Darren Aronofsky che Mickey Rourke compie il suo capolavoro tardivo, un’interpretazione quasi autobiografica che gli vale un Golden Globe, un BAFTA e una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista. Il suo Randy “The Ram” Robinson, un lottatore di wrestling invecchiato e acciaccato che si aggrappa disperatamente ai fantasmi del suo glorioso passato, è una performance straziante e potente. Il mondo del cinema sembra riaccoglierlo a braccia aperte, perdonando gli eccessi e celebrando il figliol prodigo ritrovato. Ruoli in blockbuster come “Iron Man 2” e “Sin City” sembrano segnare un nuovo inizio.
Eppure, ancora una volta, qualcosa si inceppa. L’incapacità, o forse il rifiuto, di capitalizzare questo nuovo successo lo riporta in una zona grigia, fatta di produzioni a basso budget e apparizioni pubbliche controverse. Una costante emersa più volte nella sua carriera: un’indole ribelle e un’insofferenza alle regole dello show business che, se da un lato hanno alimentato il suo mito, dall’altro ne hanno minato la stabilità professionale e finanziaria.
La crisi attuale e la richiesta d’aiuto
La notizia della colletta online arriva come un pugno nello stomaco per i fan e per chi ha seguito la sua carriera. La pagina GoFundMe è stata creata, con il consenso dell’attore, da un’amica e collaboratrice, Liya-Joelle Jones, che ha descritto il periodo che Rourke sta attraversando come “estremamente difficile”. L’obiettivo iniziale di 100 mila dollari è stato finora coperto per metà, a testimonianza di un affetto del pubblico che, nonostante tutto, non si è spento. L’attore vive da marzo in un’abitazione a Los Angeles, un luogo carico di storia letteraria essendo stata la dimora dello scrittore Raymond Chandler negli anni Quaranta. Un’ironia amara, considerando che proprio i debiti accumulati per l’affitto rischiano ora di lasciarlo senza un tetto.
Le difficoltà recenti sono state aggravate anche da episodi controversi, come la sua turbolenta e breve partecipazione alla versione britannica del “Celebrity Big Brother”, da cui è stato espulso per comportamenti e commenti ritenuti inappropriati. Questi incidenti hanno ulteriormente offuscato la sua immagine pubblica, rendendo forse più difficile trovare nuove opportunità lavorative.
La storia di Mickey Rourke è un monito potente sulla fragilità del successo e sulla complessità della natura umana. Un racconto di talento immenso e di altrettanto grande autodistruzione, di cadute e di tentativi di rialzarsi. La speranza dei suoi sostenitori è che questa ennesima, umiliante sfida possa rappresentare non la fine, ma l’inizio di un nuovo capitolo, l’ennesima occasione per il “wrestler” di tornare a combattere e, magari, a vincere.
