L’Iran sta attraversando una delle fasi più critiche della sua storia recente, con un’ondata di proteste che da nove giorni consecutivi infiamma il Paese. Partite come una contestazione contro il carovita e il collasso della valuta nazionale, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in un grido di dissenso contro il regime teocratico, coinvolgendo un’ampia fascia della popolazione, dai commercianti agli studenti. La risposta delle autorità è stata, come da copione, improntata alla repressione, con un bilancio di vittime e arresti che continua a salire drammaticamente.

La geografia della rivolta: da Teheran alle province

La protesta si è estesa a macchia d’olio, coinvolgendo almeno 257 località in 88 città e 27 province. Se il cuore pulsante della contestazione rimane la capitale Teheran, con i negozi del Grand Bazar e di altre aree commerciali che hanno aderito in massa agli scioperi, l’eco della rivolta è forte anche in altre città chiave come Karaj, Kazerun, Bandar Genaveh e Yasuj, dove video diffusi online mostrano scene di aperta sfida al potere. Questa diffusione capillare testimonia un malcontento profondo e radicato, che va oltre le singole rivendicazioni economiche per abbracciare una più ampia richiesta di libertà e cambiamento politico.

Le radici economiche del malcontento

La scintilla che ha innescato l’incendio è stata senza dubbio la disastrosa situazione economica. Il rial iraniano ha subito un crollo verticale, perdendo circa il 40% del suo valore da giugno e toccando nuovi minimi storici rispetto al dollaro. L’inflazione ha raggiunto livelli insostenibili, vicini al 50% su base annua, rendendo proibitivi i costi di molti beni di prima necessità per una larga fetta della popolazione. Questa crisi è il risultato di una combinazione letale di cattiva gestione governativa, corruzione endemica e il peso delle sanzioni internazionali, che hanno strangolato l’economia del Paese. In un tentativo di placare gli animi, il governo ha annunciato un sussidio mensile di circa 7 dollari, una misura considerata irrisoria e quasi offensiva di fronte alla gravità della crisi.

La repressione e il bilancio delle vittime

La risposta del regime non si è fatta attendere. Le forze di sicurezza sono state dispiegate in massa, utilizzando gas lacrimogeni, proiettili veri e una violenza diffusa per disperdere i manifestanti. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il bilancio delle vittime è salito ad almeno 35 morti, tra cui si conterebbero anche quattro minori. Gli arresti sarebbero oltre 1.200, con centinaia di feriti. Le autorità, da parte loro, parlano di “rivoltosi” e hanno promesso di non usare “alcuna clemenza”, minacciando una linea ancora più dura. In questo clima di terrore, circolano anche video di confessioni forzate trasmesse dai media statali, una pratica tristemente nota per estorcere dichiarazioni sotto coercizione.

Un contesto internazionale teso

La crisi interna iraniana si inserisce in un quadro geopolitico estremamente delicato. Le tensioni con gli Stati Uniti e Israele rimangono altissime, e le proteste offrono un fianco a possibili ingerenze esterne. Il presidente americano Donald Trump ha avvertito Teheran che Washington potrebbe intervenire se i manifestanti pacifici venissero “uccisi violentemente”. Queste dichiarazioni, se da un lato possono essere viste come un sostegno alla popolazione iraniana, dall’altro rischiano di essere strumentalizzate dal regime per dipingere i manifestanti come agenti al soldo di potenze straniere, delegittimando le loro istanze. Fonti di intelligence britanniche, citate dal Times, hanno persino parlato di un presunto piano di fuga dell’Ayatollah Khamenei in Russia, nel caso in cui il regime dovesse cedere sotto la pressione della piazza.

Il futuro incerto dell’Iran

Dopo nove giorni di proteste ininterrotte, il futuro dell’Iran appare più incerto che mai. La determinazione dei manifestanti sembra non scemare, nonostante la brutale repressione. La crisi economica, che ha dato il via alla mobilitazione, è tutt’altro che risolta e continua ad alimentare la rabbia popolare. Il regime, dal canto suo, si trova di fronte a una delle sfide più serie dalla sua nascita, stretto tra la pressione interna e le minacce esterne. La domanda che tutti si pongono è se questa ondata di proteste riuscirà a trasformarsi in un vero e proprio cambiamento politico o se, ancora una volta, verrà soffocata nel sangue, lasciando dietro di sé solo una scia di morte e disillusione.

Di atlante

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