Caracas, Venezuela – La tensione tra Stati Uniti e Venezuela ha raggiunto un punto di rottura con un’operazione militare americana che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e ha lasciato sul campo un numero di vittime in drammatico aumento. Secondo quanto riportato dal New York Times, che cita fonti anonime di alto livello a Caracas, il bilancio dell’attacco sarebbe salito ad almeno 80 morti, un dato raddoppiato rispetto alle stime iniziali. Tra le vittime si conterebbero sia militari venezuelani, inclusa una parte significativa della guardia presidenziale, sia civili. Il governo cubano ha inoltre confermato l’uccisione di 32 ufficiali cubani presenti a Caracas in missione di cooperazione.
L’operazione, denominata “Absolute Resolve”, ha visto forze speciali statunitensi intervenire direttamente nella capitale venezuelana, culminando con la cattura di Maduro e della moglie, la first lady Cilia Flores. La coppia presidenziale è stata immediatamente trasferita negli Stati Uniti e risulta attualmente detenuta presso il Metropolitan Detention Center di Brooklyn, a New York. Le accuse formalizzate dal Dipartimento di Giustizia americano sono gravissime: narcotraffico, cospirazione narcoterroristica e cooperazione con organizzazioni terroristiche. Maduro comparirà a breve davanti a un giudice federale di Manhattan per rispondere di tali imputazioni.
La reazione di Caracas e la crisi istituzionale
Immediatamente dopo l’attacco, il governo venezuelano ha denunciato quella che ha definito una “gravissima aggressione militare” e ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. In seguito alla cattura di Maduro, la Corte Suprema venezuelana ha designato la vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim, con il compito di guidare il paese per i prossimi novanta giorni. La nomina è stata riconosciuta e appoggiata dai vertici delle Forze Armate, con il Ministro della Difesa, Vladimir Padrino López, che ha definito il blitz americano un “codardo sequestro”.
In un primo momento, la Rodríguez ha adottato un tono di ferma condanna, per poi aprire a un possibile dialogo con Washington, invocando “pace e cooperazione” per evitare un’ulteriore escalation del conflitto. Questo cambio di registro, tuttavia, si scontra con le dure dichiarazioni del presidente americano Donald Trump.
La posizione degli Stati Uniti e le reazioni internazionali
Dall’Air Force One, il presidente Trump ha confermato il successo dell’operazione, sottolineando che non ci sono state vittime tra le forze americane e rivendicando il controllo della situazione: “Abbiamo noi il controllo del Venezuela”. Trump ha inoltre lanciato un ultimatum alla nuova leadership di Caracas, affermando che se Delcy Rodríguez “non farà ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro”. L’obiettivo dichiarato da Washington è quello di “gestire” il Venezuela fino a una transizione di potere ritenuta “sicura e appropriata”, lasciando intendere che il controllo sulle immense risorse petrolifere del paese sia un fattore chiave.
La comunità internazionale è profondamente divisa.
- Cina e Russia hanno condannato fermamente l’operazione, definendola un’inaccettabile violazione della sovranità nazionale e del diritto internazionale. Pechino ha chiesto il rilascio immediato di Maduro.
- Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha convocato una riunione d’urgenza su richiesta del Venezuela e della Colombia per discutere della crisi.
- L’Unione Europea ha espresso preoccupazione, richiamando al rispetto dei principi della Carta delle Nazioni Unite e cercando un difficile equilibrio tra la condanna dell’uso della forza e la critica al regime di Maduro.
Un contesto di lunga tensione
Questo attacco rappresenta il culmine di oltre vent’anni di relazioni ostili tra Stati Uniti e Venezuela, iniziate con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998. La crisi si è aggravata sotto la presidenza di Maduro, con Washington che non ha riconosciuto la legittimità delle sue recenti rielezioni, accusandolo di brogli. Negli ultimi anni, gli USA hanno imposto pesantissime sanzioni economiche, in particolare contro il settore petrolifero, che hanno contribuito al collasso dell’economia venezuelana.
L’operazione attuale, tuttavia, segna un cambio di passo radicale rispetto alla “guerra economica”. Non è la prima volta che si tenta di rovesciare il governo venezuelano con la forza. Nel maggio 2020, un tentativo di sbarco armato da parte di mercenari americani e dissidenti venezuelani, noto come Operazione Gedeone, fu sventato dalle forze di Caracas. In quel caso, però, si trattava di un’iniziativa di una compagnia privata, la Silvercorp USA, e non di un’azione diretta delle forze armate statunitensi.
Oggi, con il presidente venezuelano sotto custodia americana e un bilancio di vittime che potrebbe ancora crescere, il futuro del Venezuela e la stabilità dell’intera regione sono appesi a un filo. La crisi diplomatica è globale e le conseguenze di questa azione militare sono ancora tutte da decifrare.
