L’Iran sta attraversando un’ondata di proteste che, iniziata il 28 dicembre a Mashhad, la seconda città del paese, si è rapidamente diffusa a macchia d’olio in oltre 40 centri urbani, inclusa la capitale Teheran. Nate come una reazione all’aumento del costo della vita e alla difficile situazione economica, le manifestazioni hanno ben presto cambiato natura, trasformandosi in una più ampia e profonda contestazione politica contro l’establishment teocratico e la Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei.
Dall’economia alla politica: le radici del malcontento
La scintilla che ha innescato la protesta è stata l’insostenibile situazione economica che attanaglia il paese. Un’inflazione galoppante, che ha raggiunto quasi il 50% su base annua con picchi del 72% per i beni alimentari, e il crollo del valore della moneta locale, il rial, hanno eroso il potere d’acquisto dei cittadini iraniani, rendendo difficile persino l’acquisto di beni di prima necessità. A questo si aggiungono problemi strutturali come la corruzione governativa e una cattiva gestione economica che hanno esasperato il malcontento popolare.
Tuttavia, le rivendicazioni economiche sono state solo la punta dell’iceberg. Ben presto, gli slogan dei manifestanti hanno preso di mira direttamente il sistema politico e religioso del paese. Frasi come “Morte al dittatore”, riferite a Khamenei, e la richiesta alle forze di sicurezza di unirsi alla protesta, testimoniano una frattura profonda tra una parte della popolazione, soprattutto i più giovani, e la leadership della Repubblica Islamica. Le proteste hanno infatti visto una forte partecipazione di lavoratori e giovani sotto i 25 anni, frustrati dalla mancanza di prospettive e dalle restrizioni alle libertà civili e democratiche.
La geografia della protesta e la repressione
Le manifestazioni hanno interessato principalmente città di piccole e medie dimensioni, situate in particolare nelle regioni occidentali dell’Iran. A Teheran, i raduni sono stati descritti dall’agenzia di stampa Fars come “limitati”, composti da gruppi di giovani. Nonostante ciò, la risposta delle autorità è stata dura e immediata. Le forze di sicurezza, inclusi i Basij (la milizia paramilitare legata ai Guardiani della Rivoluzione), sono state dispiegate per reprimere le manifestazioni.
Il bilancio delle vittime è in costante aggiornamento. Secondo fonti ufficiali e media internazionali, si contano almeno una dozzina di morti, tra cui manifestanti e membri delle forze di sicurezza. In alcune città, come Azna e Lordegan, si sono verificati violenti scontri, con assalti a stazioni di polizia ed edifici governativi. Numerosi video diffusi sui social media, nonostante i tentativi del governo di limitare l’accesso a internet e a piattaforme come Instagram, mostrano scene di repressione violenta, con l’uso di gas lacrimogeni e, in alcuni casi, armi da fuoco. Si stima che centinaia di persone siano state arrestate.
Le reazioni interne e internazionali
La Guida Suprema Ali Khamenei ha riconosciuto la legittimità delle richieste economiche, ma ha definito i manifestanti “rivoltosi”, ordinandone la repressione. Il governo ha promesso di ascoltare le “legittime richieste”, ma ha anche avvertito che non tollererà disordini. Dall’estero, gli Stati Uniti hanno espresso il loro sostegno ai manifestanti, con l’ex presidente Donald Trump che ha avvertito il regime di non usare la forza. Anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià deposto nel 1979, ha incitato i dimostranti a continuare la protesta dal suo esilio.
Queste proteste rappresentano la sfida più significativa al potere in Iran dagli eventi del 2009, noti come il “Movimento Verde”. Sebbene allora la mobilitazione fosse più ampia e concentrata nella capitale, l’attuale ondata di malcontento si distingue per la sua diffusione geografica e per il carattere esplicitamente anti-regime che ha assunto in diverse località.
