È scontro aperto tra la Procura di Napoli e il Ministero della Giustizia sul tema della digitalizzazione del processo penale. Al centro della contesa, il provvedimento con cui tutti gli uffici di Procura del distretto partenopeo, guidati dal Procuratore Nicola Gratteri, hanno prorogato la sospensione parziale dell’obbligo di utilizzo dell’applicativo per il deposito telematico degli atti. Una decisione motivata dalla necessità di “assicurare il regolare funzionamento delle attività giudiziarie” a fronte di persistenti e gravi “malfunzionamenti dell’applicativo”. A questa posizione ha replicato duramente il Ministro Carlo Nordio, che tramite una nota di Via Arenula ha contestato la decisione, innescando un botta e risposta che infiamma il dibattito sulla transizione digitale della giustizia italiana.
La posizione della Procura di Napoli: “Sistema inefficace”
Secondo quanto dichiarato dal procuratore Gratteri, la decisione di sospendere l’obbligatorietà dell’applicativo, adottata congiuntamente dalla Procura Generale e da tutti gli uffici del distretto, non è un capriccio ma una necessità impellente. Il provvedimento, efficace fino al 30 giugno 2026, si fonda su “plurime criticità” tecniche che, di fatto, impedirebbero il corretto e tempestivo svolgimento delle attività giudiziarie. Queste problematiche non sarebbero mere percezioni, ma sarebbero state “analiticamente” elencate nel provvedimento di sospensione e, cosa ancora più rilevante, sarebbero “già certificate anche dal Consiglio Superiore della Magistratura”.
Gratteri ha fatto specifico riferimento a due atti del CSM: una delibera del 12 gennaio 2025 e un parere formulato il 10 dicembre scorso. Già in queste occasioni, l’organo di autogoverno della magistratura aveva espresso un giudizio critico sul funzionamento dell’applicativo, rilevandone l’inidoneità a gestire la complessità della giurisdizione penale e sollecitando il Ministero a tenerne conto. Le criticità segnalate da più parti includono instabilità del sistema, crash improvvisi e frequenti, problemi di interazione con altri software e difficoltà nella migrazione degli atti da sistemi precedenti.
La sospensione a Napoli riguarda atti di particolare delicatezza e urgenza, come le iscrizioni di notizie di reato, i giudizi direttissimi, le richieste di misure cautelari e le convalide di arresti e sequestri, a dimostrazione di come i malfunzionamenti rischino di impattare su gangli vitali del sistema giudiziario.
La replica del Ministero della Giustizia: “Ritardo organizzativo”
Di tutt’altro avviso è il Ministero della Giustizia. In una nota ufficiale, Via Arenula ha sostenuto che i provvedimenti di sospensione adottati a Napoli “non costituirebbero una certificazione dell’inefficienza del sistema APP”. Al contrario, il Ministero afferma che l’applicativo risulta “pienamente operativo” in numerosi altri contesti giudiziari, anche in quelli caratterizzati da un altissimo carico di lavoro.
Il dicastero guidato da Carlo Nordio sposta poi l’attenzione su presunte mancanze della Procura partenopea, accusandola di un “ritardo organizzativo e tecnologico”. Nello specifico, viene imputato all’ufficio di Gratteri di essere stato “l’ultimo ad attivare la componente ADI Switch per il conferimento delle intercettazioni, nonostante il sistema fosse già operativo negli altri uffici giudiziari”. Questo ritardo, secondo il Ministero, avrebbe inciso negativamente sui tempi di integrazione dei flussi digitali, rendendo necessario un “accompagnamento rafforzato, con supporto tecnico dedicato e interventi mirati”.
Un dibattito nazionale: le criticità del processo telematico
La polemica tra Napoli e Roma si inserisce in un contesto nazionale molto più ampio e complesso, quello della transizione al processo penale telematico, un percorso introdotto dalla cosiddetta riforma Cartabia e costellato di difficoltà. Fin dal suo avvio, il sistema ha mostrato numerose criticità, costringendo moltissimi tribunali in tutta Italia a disporre sospensioni e proroghe per non paralizzare l’attività giudiziaria. L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha parlato in passato di un “fallimento annunciato”, denunciando l’imposizione di un applicativo non adeguatamente testato e privo delle necessarie risorse infrastrutturali.
Il CSM stesso ha più volte invitato alla prudenza, evidenziando come l’informatizzazione, anziché accelerare, rischi di rallentare la macchina della giustizia se non supportata da strumenti tecnologici affidabili e stabili. La questione è resa ancora più delicata dalle scadenze imposte dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che legano fondi europei al raggiungimento di precisi obiettivi di digitalizzazione della giustizia. La sospensione di Napoli, quindi, non è un caso isolato ma la punta di un iceberg che rivela le difficoltà strutturali di una riforma cruciale ma evidentemente ancora non a punto.
