ROMA – Con un intervento dai toni profondamente amari e introspettivi, Beppe Grillo è tornato a far sentire la sua voce nel giorno di San Silvestro, rispolverando la tradizione del “contro-messaggio” di fine anno. Pubblicato sui suoi canali social a poche ore dal discorso del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il lungo post del fondatore del Movimento 5 Stelle segna la fine di un prolungato silenzio mediatico, offrendo una disamina impietosa dello stato del Paese, della politica e della giustizia.
Il ritorno di Grillo: un bilancio esistenziale più che politico
Lontano dai toni incendiari che ne hanno caratterizzato l’ascesa politica, il Grillo di fine 2025 si presenta con una prosa più riflessiva, quasi malinconica. “In questo momento dell’anno tutti fanno finta di tirare una riga”, esordisce, per poi subito sconfessare questo rito collettivo: “io questa riga non la vedo, vedo invece un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli”. Emerge il ritratto di un’Italia assuefatta, “un Paese che si è abituato a tutto, all’ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio”.
Grillo giustifica la sua lunga assenza dal dibattito pubblico come una scelta ponderata. “Ho parlato tanto, ho urlato, riso e insistito”, scrive, rivendicando di aver detto “cose scomode quando era sconveniente dirle”. Poi, la presa di coscienza: “sono rimasto in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore”. Una scelta che definisce “la forma più elevata di presenza”, collocandosi volutamente in una posizione defilata rispetto all’agone politico quotidiano.
L’attacco alla politica degli “Zombie”
Il cuore della critica politica di Grillo si concentra su un’immagine potente e già utilizzata in passato: quella degli “zombie”. La politica, secondo il fondatore del M5S, “continua a recitare” una parte in cui “cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi”. È un attacco frontale a una classe dirigente percepita come immobile, autoreferenziale e incapace di un reale rinnovamento, una condanna senza appello a un sistema politico che ha perso vitalità.
Significativamente, nel suo lungo sfogo, Grillo non fa alcun riferimento diretto al Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte, né alle recenti battaglie legali per il simbolo. Un silenzio che pesa e che sembra confermare un distacco ormai consolidato dalla sua creatura politica, quasi a voler sottolineare come anche quella esperienza sia stata riassorbita dal “rumore” di fondo che ha scelto di abbandonare.
La giustizia “usata come una clava”: un’eco personale
Uno dei passaggi più intensi e personali del messaggio riguarda il tema della giustizia. Grillo la definisce una “parola ‘solenne’ agitata da tutti come una bandiera e usata come una clava”. Sebbene non vi sia un riferimento esplicito, è difficile non leggere in queste parole un’eco della vicenda giudiziaria che ha coinvolto il figlio, Ciro Grillo. Quest’ultimo, insieme a tre amici, è stato condannato in primo grado a otto anni di reclusione per violenza sessuale di gruppo, in un processo che si è concluso a settembre 2025.
Grillo parla di “ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo”, e sottolinea come “la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto”. Una riflessione che, pur senza entrare nel merito della sentenza, tradisce un profondo dolore personale e una critica verso un sistema giudiziario percepito come fallibile e distante.
Un anno di “sottrazione” e uno sguardo al futuro
Il bilancio del 2025 è netto: “un anno di sottrazione… che ha tolto più di quanto abbia dato”. Un anno che, secondo Grillo, ha svuotato di senso le parole e ha eroso persino il pudore. Di sé dice: “Mi sento in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale”. La chiusa è enigmatica e proiettata verso un futuro indefinito: “Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo”. Una frase che lascia aperte molteplici interpretazioni, tra la definitiva uscita di scena e la prefigurazione di un ruolo diverso, forse quello di osservatore critico e coscienza esterna della politica italiana.
Questo contro-messaggio, dunque, più che un manifesto politico, appare come una profonda confessione personale. Il ruggito del leader che infiammava le piazze ha lasciato il posto a una riflessione amara e disincantata, quella di un uomo che osserva da lontano le macerie di un sistema che ha combattuto e da cui, ora, sembra sentirsi irrimediabilmente distante.
