Sembrava una leggenda, una chimera per storici e amanti dei gioielli, un tesoro svanito nelle nebbie della storia europea del primo dopoguerra. Invece, il Diamante Fiorentino, uno dei più grandi e celebri al mondo, esiste. Con i suoi 137,27 carati di abbagliante splendore e un taglio unico a 127 faccette, la gemma non è stata rubata né smembrata, ma riposa da decenni in una cassetta di sicurezza in Canada. Una rivelazione che ha scosso il mondo della cultura e ha dato il via a un’azione diplomatica senza precedenti da parte della Regione Toscana, decisa a reclamare ciò che considera un pezzo inalienabile della propria eredità.

La Mossa della Toscana: una Rivendicazione Basata sulla Storia

Il Presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, ha ufficialmente aperto un canale di dialogo con Carlo d’Asburgo-Lorena, attuale capo della casata e detentore del prezioso gioiello. La richiesta toscana non è un capriccio, ma si fonda su solide basi documentali. “Appartiene alla Toscana non moralmente, ma materialmente”, ha dichiarato Giani, brandendo le prove emerse da un meticoloso lavoro di ricerca condotto in sinergia con il Museo de’ Medici e l’Archivio di Stato di Firenze.

Il fulcro della rivendicazione è il celebre Patto di Famiglia, la convenzione siglata a Vienna il 31 ottobre 1737 da Anna Maria Luisa de’ Medici, l’Elettrice Palatina. Ultima discendente della dinastia, con un atto di incredibile lungimiranza, vincolò l’immenso patrimonio artistico e culturale della famiglia a rimanere perpetuamente a Firenze e nel Granducato. L’obiettivo era chiaro: che queste meraviglie rimanessero “per ornamento dello Stato, per utilità del Pubblico e per attirare la curiosità dei Forestieri”. Ebbene, in un allegato del 1740, il Diamante Fiorentino è esplicitamente citato tra le “gioie unite allo Stato”, un bene inalienabile destinato a non lasciare mai la Toscana.

L’assessora alla cultura, Cristina Manetti, ha espresso la speranza che il gioiello dal valore “incalcolabile” possa “tornare quantomeno in esposizione e possa essere goduto nella sua bellezza dai toscani”. L’obiettivo a breve termine è una mostra-evento, ma la speranza è che possa trasformarsi in una concessione permanente.

Un Capolavoro di Luce: la Scienza dietro il “Fiorentino”

Al di là del suo valore storico, il “Fiorentino” è un miracolo di gemmologia e ottica. La sua storia inizia a Firenze all’alba del Seicento, quando il Granduca Ferdinando I de’ Medici lo acquistò, ancora grezzo, dall’India. Fu sotto Cosimo II che la pietra venne affidata alle sapienti mani dell’intagliatore veneziano Pompeo Studentoli, che impiegò anni per completare la sua opera nel 1615.

Il risultato è un taglio unico e complesso, conosciuto come doppia rosetta a nove lati, con ben 126 faccette (più la tavola superiore). Questa architettura non è casuale: dal punto di vista della fisica, ogni faccetta agisce come un minuscolo specchio e un prisma, catturando la luce, scomponendola nei colori dell’iride (dispersione) e riflettendola verso l’osservatore (brillantezza). Il suo caratteristico colore, descritto come un giallo paglierino con sfumature verdognole, è dovuto a tracce di azoto nella struttura cristallina del carbonio, una firma inconfondibile della sua origine. Con un peso di 137,27 carati (circa 27,45 grammi), le sue dimensioni sono paragonabili a quelle di una noce.

Dalle Granduchesse a Vienna: Storia di un Esodo Controverso

Una volta tagliato, il diamante divenne uno dei gioielli più amati della corte medicea. Appare sfolgorante nei ritratti delle granduchesse Cristina di Lorena e, soprattutto, di Maria Maddalena d’Austria. A supporto della sua richiesta, la Regione ha infatti presentato un ritratto inedito di quest’ultima, opera di Orazio Fidani, che mostra la granduchessa indossare proprio il “Fiorentino”.

Nonostante le chiare disposizioni dell’Elettrice Palatina, dopo la sua morte nel 1743, la gemma lasciò Firenze. Entrò a far parte del tesoro imperiale a Vienna, incastonata nei gioielli di Maria Teresa d’Asburgo, assumendo il nome di “Florentiner” o “Diamante Giallo Austriaco”. Per quasi due secoli, fu uno dei simboli dello sfarzo della corona asburgica.

Con la dissoluzione dell’Impero Austro-Ungarico dopo la Prima Guerra Mondiale, del diamante si persero le tracce. L’ultimo imperatore, Carlo I, trasferì i gioielli di famiglia in Svizzera nel 1918. Per un secolo si sono susseguite le teorie più disparate: che fosse stato rubato, venduto, o addirittura ritagliato in pietre più piccole per nasconderne l’identità. La verità, svelata di recente dagli eredi, è che l’imperatrice Zita di Borbone-Parma, vedova di Carlo I, lo mise in salvo durante la Seconda Guerra Mondiale, depositandolo in una banca in Canada, dove si trova tuttora.

Un Futuro da Scrivere tra Diplomazia e Diritto

Oggi, la riscoperta del “Fiorentino” apre scenari complessi. La Regione Toscana punta sulla via della diplomazia culturale, forte di un documento che, secondo alcuni giuristi, potrebbe essere considerato un trattato internazionale mai abrogato e quindi ancora valido. Dall’altra parte, vi è il diritto di proprietà degli eredi Asburgo-Lorena, che hanno custodito la gemma per generazioni. Mentre la politica, anche a livello nazionale, si interessa al caso, con iniziative parlamentari che mirano a far luce sulla vicenda, il mondo attende di sapere se questo “sole” di diamante, come fu definito un tempo, tornerà a brillare nella terra che per prima ne ha forgiato la leggenda.

Di davinci

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