L’Italia si trova a un bivio energetico cruciale. A pochi passi dalla scadenza fissata per l’abbandono definitivo del carbone, prevista per il 31 dicembre 2025, il governo apre a una riflessione pragmatica sul futuro delle centrali di Brindisi e Civitavecchia. Il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha infatti presentato un’informativa in Consiglio dei Ministri che delinea uno scenario nuovo: non una chiusura tombale, ma un possibile mantenimento “in riserva” degli impianti. Una mossa dettata dalla necessità di “salvaguardare la sicurezza energetica nazionale” di fronte a un quadro geopolitico internazionale ancora denso di incertezze.
Il Dilemma: Decarbonizzazione vs. Sicurezza Energetica
Da un lato, l’Italia ha preso impegni precisi con l’Europa e con i propri cittadini. Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) conferma nero su bianco il superamento della produzione elettrica da carbone entro la fine del 2025, un passo fondamentale nella strategia di decarbonizzazione del Paese. Questa transizione è vista come un percorso ineludibile per combattere il cambiamento climatico e ridurre le emissioni inquinanti. Le centrali a carbone, come quelle di Brindisi e Civitavecchia, sono infatti responsabili di una quota significativa delle emissioni di CO2 del settore elettrico.
Dall’altro lato, le recenti crisi internazionali hanno acceso un faro sulla vulnerabilità degli approvvigionamenti energetici. Il Ministro Pichetto ha sottolineato come il governo abbia il “dovere di valutare con responsabilità tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del sistema elettrico nazionale”. L’ipotesi di una “riserva strategica” nasce proprio da questa esigenza: avere a disposizione una capacità produttiva da attivare in casi di emergenza, come picchi di domanda, prezzi del gas alle stelle o interruzioni delle forniture.
Cosa Significa “Mantenimento in Riserva”?
Mettere una centrale “in riserva” o in “riserva fredda” significa che l’impianto non produce energia quotidianamente per il mercato, ma viene mantenuto in uno stato di efficienza operativa che ne consente la riattivazione in caso di necessità. Questa opzione, seppur presentata come una misura di sicurezza, solleva interrogativi di natura economica e ambientale. Mantenere operative queste strutture ha un costo, stimato in circa 100 milioni di euro all’anno, che potrebbe ricadere sulle bollette dei cittadini. Inoltre, sebbene non in funzione, la loro potenziale riattivazione mantiene viva la dipendenza da una fonte fossile altamente inquinante.
È importante notare che le centrali di Brindisi e Civitavecchia, gestite da Enel, sono già di fatto ferme da tempo, non essendo più competitive sul mercato rispetto ad altre tecnologie, incluse le rinnovabili. La loro operatività negli ultimi anni è stata minima, coprendo una frazione molto bassa del fabbisogno energetico nazionale.
Il Contesto Normativo e le Prospettive Future
La decisione finale dovrà tenere conto del quadro normativo sia nazionale che europeo. L’autorizzazione integrata ambientale (AIA) per bruciare carbone nei siti di Brindisi e Civitavecchia scade il 31 dicembre 2025. Qualsiasi intervento di proroga o modifica richiederà un’attenta valutazione tecnica, economica e regolatoria, e probabilmente un confronto con la Commissione Europea.
Mentre per gli impianti sulla terraferma si discute di questa opzione di riserva, per le centrali a carbone presenti in Sardegna (Fiume Santo e Sulcis) il phase-out è già stato posticipato al 2028-2029, in attesa del completamento di infrastrutture strategiche come il Tyrrhenian Link, l’elettrodotto che collegherà l’isola alla Sicilia e al resto d’Italia.
La discussione sul futuro del carbone si inserisce in un dibattito più ampio sulla transizione energetica del Paese. Il governo, pur confermando l’obiettivo di decarbonizzazione, sembra orientato a un percorso più cauto, che non esclude il ricorso a fonti fossili come “ponte” verso un futuro a zero emissioni, in cui si ipotizza anche un ruolo per il nucleare di nuova generazione. Una strategia che, tuttavia, genera preoccupazione tra le associazioni ambientaliste, che vedono in queste scelte un rallentamento del percorso verso un’energia pulita e sostenibile.
La partita sul futuro delle centrali di Brindisi e Civitavecchia è dunque tutt’altro che chiusa. Le prossime decisioni del governo saranno decisive per definire non solo il destino di questi impianti, ma anche la velocità e la determinazione con cui l’Italia affronterà le sfide della transizione ecologica e della sicurezza energetica.
