Un gesto di alta caratura istituzionale e profonda umanità ha riacceso i riflettori sulla drammatica vicenda di Alberto Trentini, il cooperante originario del Veneto detenuto in Venezuela da oltre un anno. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti telefonato nei giorni scorsi ad Armanda Colusso, la madre dell’operatore umanitario, per manifestarle personalmente la vicinanza e la solidarietà a nome di tutto il Paese. Una chiamata che, secondo fonti vicine alla famiglia, è stata accolta come un importante segnale di attenzione da parte delle massime istituzioni italiane, in un periodo segnato da un’attesa logorante e da una crescente preoccupazione.

Le parole del Capo dello Stato, “Non perdete la speranza, l’Italia è con Alberto”, hanno voluto essere un messaggio di conforto e rassicurazione per una famiglia che da 400 giorni vive in un limbo di angoscia. La telefonata giunge in un momento particolarmente delicato, con la famiglia Trentini che, pur mantenendo un atteggiamento di fiducia nelle istituzioni, non ha nascosto l’amarezza per una situazione che appare stagnante, arrivando a chiedere un’azione più incisiva da parte del Governo.

Una detenzione avvolta nel mistero

Alberto Trentini, 46 anni, operatore umanitario con oltre dieci anni di esperienza in contesti internazionali complessi, si trovava in Venezuela per una missione con l’organizzazione non governativa Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza a persone con disabilità. Il suo arresto risale al 15 novembre 2024, avvenuto durante uno spostamento di lavoro da Caracas a Guasdualito. Da quel momento, sulla sua sorte è calato un velo di incertezza. Per mesi non sono state formalizzate accuse chiare, alimentando ipotesi di “cospirazione” o “terrorismo” mai confermate ufficialmente. Secondo diverse fonti, Trentini sarebbe detenuto nel penitenziario di El Rodeo I, a Guatire, a circa trenta chilometri dalla capitale, dove avrebbe trascorso lunghi periodi in isolamento.

Le autorità venezuelane non hanno fornito informazioni trasparenti sulle ragioni della detenzione, rendendo estremamente difficili i contatti con la famiglia e la rappresentanza consolare italiana. Questa mancanza di chiarezza ha portato a un’escalation diplomatica: nel gennaio 2025, il Ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, ha convocato il rappresentante diplomatico venezuelano a Roma per protestare formalmente, ricevendo come risposta l’espulsione di tre diplomatici italiani.

L’impegno diplomatico e la mobilitazione civile

Nonostante le difficoltà, la diplomazia italiana non si è mai fermata. Il caso di Alberto Trentini è stato portato all’attenzione del G7 e la Farnesina ha costantemente seguito la vicenda, definendola “molto, molto, molto complicata”. Il Ministro Tajani ha assicurato che si sta facendo tutto il possibile, pur riconoscendo la complessità del contesto venezuelano. Parallelamente all’azione istituzionale, si è sviluppata una forte mobilitazione della società civile, con iniziative di solidarietà, petizioni e appelli pubblici per chiedere l’immediato rilascio del cooperante e il rispetto dei suoi diritti fondamentali.

Anche il Patriarca di Venezia, Monsignor Francesco Moraglia, si è unito agli appelli, auspicando che il 2026 possa riportare Alberto Trentini all’abbraccio dei suoi cari. La famiglia, pur provata da oltre un anno di attesa e di risposte evasive, continua a sperare, aggrappandosi a ogni segnale di vicinanza e a sporadici contatti telefonici in cui Alberto ha potuto rassicurare, seppur brevemente, sulle sue condizioni di salute. La madre Armanda ha anche scritto due lettere al presidente venezuelano Nicolás Maduro, un disperato tentativo di rompere il muro di silenzio.

Recentemente, un barlume di speranza è arrivato dalla notizia della liberazione di 99 prigionieri politici in Venezuela. Tuttavia, tra i nomi degli scarcerati non figurava quello di Alberto Trentini, né quello di altri due cittadini italiani detenuti nel paese, Daniel Echenaguccia e Biagio Pilieri. Un fatto che sottolinea ulteriormente la complessità della situazione e la necessità di un impegno diplomatico continuo e incisivo. La telefonata del Presidente Mattarella, in questo contesto, non è solo un atto di solidarietà, ma un potente richiamo a non dimenticare la sorte di un cittadino italiano ingiustamente privato della sua libertà mentre svolgeva una missione umanitaria.

Di veritas

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