VENEZIA – Le mura del carcere femminile della Giudecca si sono trasformate questa mattina in uno schermo di riflessione e speranza, ospitando la proiezione del documentario ‘Le Farfalle della Giudecca’. L’opera, diretta con sensibilità da Rosa L. Galantino e Luigi G. Ceccarelli nel 2024, ha portato sullo schermo la vita quotidiana, le sfide e i sogni delle donne detenute, le vere protagoniste di un racconto intenso e commovente. Con la voce narrante della celebre attrice Ottavia Piccolo, il film ha offerto uno spaccato autentico di una realtà complessa, un microcosmo dove l’umanità cerca di fiorire nonostante le sbarre.
La proiezione odierna ha assunto un valore particolare, poiché il pubblico era composto in gran parte dalle stesse donne le cui storie sono al centro del documentario. Un momento di forte impatto emotivo, che ha permesso loro di rivedersi e di condividere un’esperienza collettiva di rara intensità. L’evento ha visto la partecipazione di figure di spicco del panorama cittadino e istituzionale, a testimonianza dell’importanza attribuita a questo dialogo tra il carcere e la città. Erano presenti il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, il prefetto Darco Pellos, il questore Gaetano Bonaccorso e l’assessora comunale alla Sicurezza Elisabetta Pesce. A fare gli onori di casa, la nuova direttrice dell’istituto, Maurizia Campobasso, che ha recentemente assunto l’incarico succedendo a Mariagrazia Bregoli, figura anch’essa centrale nel documentario.
Un Ponte tra Arte e Vita: La Biennale nel Carcere
Uno dei momenti più significativi raccontati in ‘Le Farfalle della Giudecca’ è l’eccezionale esperienza della Biennale d’Arte 2024, quando l’istituto penitenziario ha ospitato il Padiglione della Santa Sede. Un’iniziativa senza precedenti che ha trasformato il carcere in un luogo di incontro e di dialogo culturale, culminata con la storica visita di Papa Francesco. Il documentario cattura l’essenza di quel periodo, mostrando come le detenute siano state coinvolte attivamente, diventando guide d’eccezione per i visitatori e partecipando a un progetto che ha eroso i confini tra “dentro” e “fuori”. L’opera di Galantino e Ceccarelli non si limita a documentare, ma esplora la trasformazione interiore di queste donne, che da recluse sono diventate operatrici culturali, artigiane, sarte, cuoche, trovando nel lavoro e nell’arte un veicolo di riscatto e dignità.
La Voce delle Istituzioni: Speranza e Appartenenza
Le parole della direttrice Maurizia Campobasso hanno risuonato con forza nella sala, sottolineando il messaggio centrale dell’evento: “Le donne ospiti qui non devono mai perdere la speranza, che non è solo l’attesa di un tempo migliore ma la consapevolezza che ciò che facciamo ha un senso”. Un concetto ripreso anche dal patriarca Moraglia, che durante la messa ha esortato la città a considerare i luoghi di fragilità come parti integranti del proprio tessuto sociale. “La nostra città cresce quando tratta luoghi della fragilità come parti che le appartengono”, ha affermato, allargando poi il suo pensiero al cooperante Alberto Trentin, prigioniero in Venezuela, in un momento di preghiera e speranza condivisa.
Oltre la Proiezione: Cultura come Strumento di Consapevolezza
La giornata non si è esaurita con la visione del film. Al piano terra dell’istituto, nella suggestiva cornice della cappella sconsacrata, era allestita per l’ultimo giorno la mostra fotografica “I volti della povertà in carcere”. Realizzata originariamente nel carcere di San Vittore a Milano, la mostra offre un ulteriore spunto di riflessione sulle molteplici dimensioni della povertà – materiale, relazionale ed emotiva – che caratterizzano la vita detentiva, invitando a uno sguardo più compassionevole e consapevole. L’iniziativa, nata da un volume di Matteo Pernaselci e Rossana Ruggiero, si propone di creare un ponte tra la realtà carceraria e la società civile, utilizzando la potenza delle immagini per raccontare storie di resilienza e dignità.
La proiezione di ‘Le Farfalle della Giudecca’ si inserisce quindi in un percorso più ampio, che vede la cultura e l’arte come strumenti fondamentali di rieducazione e reinserimento. Un percorso che, come dimostra l’esperienza della Biennale e le parole delle istituzioni, cerca di costruire ponti e di abbattere i muri, non solo quelli fisici, ma anche quelli del pregiudizio e dell’indifferenza.
