ROMA – Notte di altissima tensione per il governo e la maggioranza, con la legge di Bilancio appesa a un filo e i rapporti tra alleati messi a dura prova. Un vertice serale d’urgenza a Palazzo Chigi, convocato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, si è reso necessario per disinnescare un cortocircuito politico che rischiava di mandare in tilt l’esame della manovra in commissione Bilancio al Senato. Al centro dello scontro, un emendamento sulla stretta alle pensioni che ha provocato la durissima reazione della Lega, arrivata a minacciare il voto contrario e a far temere una crisi di governo.

La premier, reduce da un cruciale Consiglio Europeo a Bruxelles dove ha contribuito a sbloccare l’accordo sui prestiti a Kiev, è stata costretta a intervenire direttamente per sedare una rivolta interna che ha manifestato tutta la sua irritazione e il suo disappunto. Il messaggio inviato da Bruxelles è stato perentorio: “Ora basta, bisogna mettere le cose a posto, subito“. Un richiamo all’ordine rivolto ai protagonisti di una notte concitata che ha fatto slittare l’approvazione di un testo fondamentale per i conti dello Stato.

Lo scontro in Commissione Bilancio

La miccia si è accesa in commissione Bilancio al Senato, dove era in discussione un emendamento governativo che introduceva un allungamento dell’età pensionistica. I senatori della Lega hanno opposto un muro invalicabile quando il sottosegretario al Ministero dell’Economia (MEF), il leghista Federico Freni, ha comunicato che l’emendamento non sarebbe stato riformulato. La reazione del Carroccio è stata immediata e veemente, con il capogruppo Massimiliano Romeo che ha espresso tutto il dissenso del partito in una franca telefonata con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, anch’egli leghista ma primo bersaglio delle critiche. Secondo le ricostruzioni, Giorgetti avrebbe sottolineato le insistenze dei tecnici del MEF e della Ragioneria dello Stato, ma la linea politica della Lega è rimasta irremovibile.

Fonti del partito di Salvini hanno definito la questione “un fatto di sensibilità politica“, negando di aver messo sul tavolo la tenuta del governo ma confermando la determinazione a non cedere su un tema identitario come quello previdenziale. “Da adesso forse sarà chiaro che se diciamo no è no”, è la linea espressa dal senatore leghista Claudio Borghi, relatore della manovra. Lo stallo ha portato alla bocciatura di fatto di un pacchetto da 3,5 miliardi, evitato solo grazie a una complessa mediazione.

Il vertice notturno a Palazzo Chigi

Per ricomporre una frattura che si faceva sempre più plateale e preoccupante, la premier Meloni ha convocato un vertice d’urgenza a Palazzo Chigi. Attorno al tavolo, oltre alla Presidente del Consiglio, sedevano i due vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti (che per questo ha disertato la cerimonia di auguri al Quirinale), il suo vice Maurizio Leo e il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Un incontro definito “di chiarimento”, volto a serrare i ranghi e trovare una via d’uscita rapida.

L’irritazione della premier era palpabile: avrebbe preferito che la questione fosse gestita con discrezione, senza uno scontro pubblico in commissione che ha offerto il fianco alle critiche delle opposizioni, le quali hanno parlato di una “maggioranza che implode”. La soluzione è arrivata a tarda notte: lo stralcio della norma contestata e la decisione di presentare un nuovo emendamento. “Si è deciso che è più opportuno, più corretto, anziché fare un nuovo decreto, inserire nuove coperture su un testo che peraltro la commissione ha già visto”, ha spiegato il ministro Ciriani al termine della riunione.

Le tensioni interne e il ruolo di Giorgetti

L’incidente ha messo in luce le persistenti tensioni all’interno della maggioranza, con la Lega accusata da ambienti vicini a Fratelli d’Italia di tenere “un piede nel governo e uno fuori”, puntando su battaglie populiste. Il ministro Giorgetti si è trovato in una posizione particolarmente delicata, stretto tra la lealtà al suo partito e le responsabilità di titolare del MEF, difendendo il lavoro dei tecnici del suo ministero ma dovendo al contempo mediare con le istanze politiche della Lega. Lo stesso Giorgetti ha ammesso che l’idea di lasciare l’incarico gli attraversa la mente ogni giorno, pur minimizzando lo scontro come una “dinamica fisiologica” del confronto parlamentare.

La vicenda si chiude, per ora, con una marcia indietro del governo e una vittoria politica per la Lega, che è riuscita a imporre la propria linea sulle pensioni. Tuttavia, l’episodio lascia strascichi e solleva interrogativi sulla coesione della maggioranza e sulla sua capacità di gestire i dossier più spinosi senza arrivare allo scontro frontale, un copione che, secondo fonti di governo, si ripete spesso quando la premier è impegnata in missioni all’estero.

Di veritas

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