Caracas – Un verdetto che scuote le coscienze e riaccende i riflettori sulla già precaria situazione dei diritti umani in Venezuela. Gabriel José Rodríguez Méndez, un ragazzo di soli 17 anni, è stato condannato a una pena complessiva di dieci anni — sei da scontare in carcere e quattro in lavori socialmente utili — da un tribunale venezuelano. Le accuse, pesantissime, sono di terrorismo, incitamento all’odio e chiusura di vie pubbliche. A denunciare con forza la vicenda è il Comitato per la Libertà dei Prigionieri Politici (CLIPP), supportato da altre organizzazioni non governative come Giustizia, Incontro e Perdono (JEP), che parlano di una sentenza “aberrante e ingiusta”, basata su accuse prive di qualsiasi prova concreta.
Secondo le ricostruzioni fornite dalle ONG e dai familiari, l’arresto di Gabriel, avvenuto il 9 gennaio scorso a Cabudare, nello stato di Lara, sarebbe stato del tutto arbitrario. Il giovane, descritto come uno studente dell’ultimo anno di liceo, giocatore di baseball e apprendista panettiere, stava uscendo dal lavoro e, secondo alcune fonti, si stava recando in un ambulatorio a causa di una febbre alta. Non stava partecipando ad alcuna manifestazione. A fermarlo, senza un mandato giudiziario, sono stati gli effettivi della Guardia Nazionale Bolivariana (GNB). Il motivo? Il suo abbigliamento: indossava abiti sportivi scuri, un look ritenuto compatibile con quello dei “guarimberos”, termine dispregiativo usato dal governo chavista per etichettare i manifestanti dell’opposizione come vandali e teppisti.
Un processo controverso in un clima di repressione
La vicenda di Gabriel si inserisce in un contesto di forte tensione politica e sociale, esacerbato dalle contestate elezioni presidenziali del 28 luglio 2024, che hanno confermato per un terzo mandato il presidente Nicolás Maduro. L’opposizione, guidata da María Corina Machado e dal candidato Edmundo González Urrutia, ha denunciato brogli elettorali, rivendicando la vittoria e innescando un’ondata di proteste in tutto il Paese. La risposta del governo è stata una dura repressione, con migliaia di arresti, violenze e la criminalizzazione del dissenso. In questo clima, anche un semplice sospetto basato sull’apparenza può trasformarsi in una grave accusa.
La giudice Dayana Castillo, del Tribunale Secondo di Giudizio di Responsabilità Penale degli Adolescenti con competenza nazionale, ha emesso la sentenza contro Gabriel, nonostante le continue denunce di irregolarità processuali e la totale assenza di elementi probatori. L’ONG Provea ha definito la misura “sproporzionata e illegale”, mentre il nonno del ragazzo ha ribadito che suo nipote “non aveva armi né oggetti compromettenti con sé” al momento dell’arresto. La condanna, secondo le organizzazioni per i diritti umani, rappresenta una palese violazione del principio dell’interesse superiore del minore, sancito dalle leggi venezuelane e internazionali, che obbliga lo Stato a proteggere e tutelare gli adolescenti al di sopra di ogni logica punitiva.
La drammatica situazione dei prigionieri politici
Il caso di Gabriel Rodríguez non è isolato, ma è emblematico di un “modello sistematico di persecuzione e repressione contro la popolazione civile”, come denunciato da JEP. Secondo i dati aggiornati dell’ONG Foro Penale, in Venezuela si contano almeno 893 prigionieri politici, tra cui alcuni minori di età compresa tra i 14 e i 17 anni. Queste cifre sono in costante aggiornamento e altre fonti, come quelle citate dal Messaggero di Sant’Antonio, parlano di oltre 1.900 prigionieri politici dopo l’ondata di arresti post-elettorali. Il governo di Maduro, per parte sua, nega categoricamente l’esistenza di prigionieri politici, parlando unicamente di persone detenute per aver commesso reati comuni.
Le condizioni di detenzione sono spesso disumane, con denunce di torture, maltrattamenti e negazione di cure mediche, come riportato da Amnesty International e Human Rights Watch. Durante la sua reclusione, anche la salute di Gabriel ha subito un significativo deterioramento, con infezioni respiratorie, ansia e depressione. Nonostante le avversità, il ragazzo è riuscito a terminare gli studi liceali da recluso e a essere ammesso alla facoltà di Ingegneria Civile. Ora, la sua famiglia e le organizzazioni che lo sostengono chiedono a gran voce l’annullamento della sentenza e la sua liberazione immediata, appellandosi alla comunità internazionale affinché non si volti dall’altra parte di fronte a questa palese ingiustizia.
