Roma – Il sipario sta calando su una delle più imponenti e controverse misure di politica economica mai varate in Italia, ma il suo peso sui conti pubblici è destinato a farsi sentire ancora a lungo. Secondo gli ultimi dati pubblicati dall’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), al 30 novembre 2025 le detrazioni maturate a fronte di lavori conclusi nell’ambito del Superbonus hanno raggiunto la cifra record di 128,4 miliardi di euro. Un dato che consolida la misura come un intervento senza precedenti per il rilancio del settore edilizio, ma che al contempo solleva interrogativi cruciali sulla sua sostenibilità e sull’impatto a lungo termine per le finanze dello Stato.
I NUMERI DI UNA MISURA STRAORDINARIA
L’analisi del report mensile dell’ENEA offre uno spaccato dettagliato di come questa enorme massa di investimenti si sia distribuita sul patrimonio immobiliare italiano. La misura, nata nel 2020 con il Decreto Rilancio per stimolare l’economia post-pandemia e favorire la riqualificazione energetica, ha interessato un totale di 501.766 edifici. La suddivisione per tipologia di immobile rivela la vastità del suo campo d’applicazione:
- Condomini: 139.073 interventi, che rappresentano la fetta più consistente degli investimenti, data la complessità e l’estensione dei lavori.
- Edifici unifamiliari: 245.294 cantieri, a testimonianza di come la misura abbia inciso profondamente sul tessuto delle villette e delle case singole.
- Unità immobiliari funzionalmente indipendenti: 117.394 progetti, categoria che include, ad esempio, le villette a schiera.
- Castelli: cinque interventi. Un dato apparentemente marginale ma emblematico, che ha spesso alimentato il dibattito sull’equità e sui beneficiari effettivi di un incentivo così generoso.
Questi numeri, pressoché consolidati, indicano che la corsa al Superbonus è ormai giunta al termine, con la stragrande maggioranza dei lavori avviati che ha raggiunto la conclusione. La stagione delle grandi ristrutturazioni incentivate al 110% si chiude, lasciando in eredità un patrimonio edilizio più efficiente ma anche un’ipoteca pesante sul futuro.
L’IMPATTO SULL’ECONOMIA: BOOM DELL’EDILIZIA E CRESCITA DEL PIL
Dal mio punto di vista di analista economico, è innegabile che il Superbonus abbia agito come una potente manovra espansiva. In un periodo di profonda incertezza, ha iniettato liquidità e fiducia in un settore, quello delle costruzioni, che da solo pesa per circa il 5% del PIL nazionale. L’effetto moltiplicatore è stato evidente: tra il 2020 e il 2022, il settore ha registrato una crescita del valore aggiunto senza precedenti, trainando una parte significativa della ripresa economica post-Covid.
La misura ha generato centinaia di migliaia di posti di lavoro, non solo nell’edilizia ma in tutto l’indotto, dalla produzione di materiali alla progettazione tecnica. Tuttavia, questo boom ha avuto anche dei rovesci della medaglia. La domanda eccezionale ha portato a un’impennata dei prezzi delle materie prime e a una carenza di manodopera qualificata, generando pressioni inflazionistiche che hanno eroso parte dei benefici per i committenti e complicato la gestione dei cantieri.
IL NODO DEI CONTI PUBBLICI: UN COSTO PER IL FUTURO
Se l’impatto sul PIL è stato positivo, quello sul debito pubblico è la vera nota dolente. I 128,4 miliardi non sono una spesa diretta, ma minori entrate fiscali che lo Stato dovrà assorbire nei prossimi anni. Questo meccanismo, basato sulla cessione del credito e lo sconto in fattura, ha trasformato una detrazione fiscale in moneta quasi circolante, ma ha anche fatto esplodere il costo per le casse pubbliche, superando di gran lunga le stime iniziali.
L’impatto sul rapporto deficit/PIL è stato significativo, tanto da richiedere revisioni contabili e un attento monitoraggio da parte delle istituzioni europee. La discussione, oggi, non è più se la misura sia stata efficace nello stimolare l’economia, ma se il suo costo sia stato proporzionato ai benefici ottenuti. Un dibattito che vede contrapposti chi sottolinea la crescita generata e chi evidenzia l’enorme fardello lasciato sulle spalle dei contribuenti futuri.
LUCI E OMBRE: EQUITÀ, FRODI E LA SFIDA DEI CONTROLLI
Oltre all’aspetto puramente economico, il Superbonus ha sollevato questioni di equità sociale. Diversi studi hanno mostrato come a beneficiare della misura siano state prevalentemente le fasce di reddito medio-alte, le uniche in grado di anticipare i costi e districarsi in una burocrazia complessa. Inoltre, la generosità dell’incentivo ha aperto le porte a numerose frodi, costringendo il governo a intervenire più volte con decreti correttivi per arginare il fenomeno.
Ora che la fase degli incentivi è conclusa, si apre quella dei controlli. L’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza sono chiamate a un lavoro capillare per verificare la regolarità dei cantieri, la veridicità delle asseverazioni e la correttezza dei crediti maturati. Un’attività che potrebbe portare al recupero di risorse, ma che rappresenta anche un rischio per molti cittadini e condomìni che hanno agito in buona fede.
VERSO IL FUTURO: COSA RESTA DOPO IL SUPERBONUS?
Con il 2026 alle porte, il Superbonus nella sua forma originaria è ormai un ricordo. Il governo ha già ridimensionato drasticamente gli incentivi per l’edilizia, virando verso un sistema di bonus meno generosi e più selettivi, con aliquote decrescenti e requisiti più stringenti. La sfida ora è duplice: da un lato, gestire l’impatto finanziario dell’enorme mole di crediti fiscali già maturati; dall’altro, non spegnere del tutto il motore della riqualificazione edilizia, fondamentale per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità ambientale imposti dall’Europa.
L’eredità del Superbonus è complessa: ci lascia edifici più “verdi” e un’economia che ha beneficiato di una forte spinta, ma anche un debito pubblico più pesante e la consapevolezza che politiche così dispendiose difficilmente potranno essere replicate in futuro.
