SANTA CRUZ DE LA SIERRA – Una tragedia annunciata, un disastro che affonda le sue radici tanto nelle piogge torrenziali quanto in decenni di politiche ambientali miopi. La Bolivia orientale è in stato di shock dopo che la furia del fiume Piraí, ingrossato da precipitazioni eccezionali iniziate lo scorso sabato, ha travolto la regione di Santa Cruz, lasciando dietro di sé una scia di morte e distruzione. Il bilancio, ancora provvisorio, è drammatico: il vice ministro della Difesa Civile, Alfredo Troche, ha confermato il decesso di almeno 20 persone e la scomparsa di altre 24. Centinaia di famiglie hanno perso tutto, le loro case spazzate via dalla piena, e ora si ritrovano senza un tetto sopra la testa.
Soccorsi in corsa contro il tempo
Le operazioni di soccorso procedono senza sosta, in una disperata corsa contro il tempo per salvare vite umane. Squadre specializzate, con l’ausilio fondamentale di elicotteri, sono riuscite a evacuare circa 300 persone rimaste intrappolate dalla furia delle acque. Tuttavia, la situazione resta critica: decine di comunità rurali sono completamente isolate, irraggiungibili via terra a causa del crollo di infrastrutture vitali. Le immagini che arrivano dalla zona colpita sono apocalittiche: ponti crollati, strade trasformate in fiumi di fango e detriti, ed edifici gravemente danneggiati. I mezzi di emergenza lavorano incessantemente per liberare le vie di comunicazione e ripristinare un minimo di normalità, ma l’entità dei danni è immensa.
La risposta del Governo e l’ombra della deforestazione
Di fronte a questa catastrofe, il presidente boliviano, Rodrigo Paz, ha immediatamente convocato un gabinetto di crisi per coordinare la risposta all’emergenza. In una dura presa di posizione, il capo dello Stato non ha esitato a criticare le precedenti amministrazioni per quella che ha definito una “carente preparazione” di fronte a eventi climatici estremi. Ma l’accusa più pesante lanciata dal presidente Paz riguarda le cause profonde del disastro: “La terribile deforestazione che la Bolivia ha subito negli ultimi 20 anni non permette alla natura stessa di drenare, di controllare questi effetti”, ha dichiarato, collegando direttamente l’espansione aggressiva dell’agrobusiness alla vulnerabilità idrogeologica del territorio.
Non è un segreto che la regione di Santa Cruz, motore economico del paese e centro nevralgico per la produzione di soia e carne bovina, sia anche l’epicentro della deforestazione in Bolivia. Secondo dati del Global Forest Watch, nel 2022 la Bolivia si è classificata al terzo posto al mondo per perdita di foreste primarie, un fenomeno che ha ridotto drasticamente la capacità del suolo di assorbire le piogge, aggravando l’impatto delle inondazioni. L’espansione della frontiera agricola, spesso illegale, ha lasciato il territorio nudo e indifeso.
Un evento climatico estremo
Le autorità boliviane hanno descritto l’attuale ondata di maltempo come un evento eccezionale, forse il peggiore degli ultimi cento anni. Una combinazione letale dei fenomeni climatici de “El Niño” e “La Niña” starebbe generando precipitazioni record, esacerbate, come detto, dalla mano dell’uomo. La stagione delle piogge, che solitamente si estende da novembre a marzo, quest’anno ha mostrato una violenza inaudita, colpendo tutti e nove i dipartimenti del Paese e spingendo il governo a dichiarare lo stato di emergenza nazionale per mobilitare più rapidamente risorse e aiuti.
Mentre si attende un miglioramento delle condizioni meteorologiche, che secondo le previsioni dovrebbe agevolare le operazioni di soccorso nei prossimi giorni, la Bolivia si trova a fare i conti con una crisi umanitaria e ambientale di vasta portata. La ricostruzione sarà lunga e complessa, e richiederà non solo ingenti risorse economiche ma anche, e soprattutto, una profonda riflessione sul modello di sviluppo del Paese, per evitare che tragedie come questa possano ripetersi in futuro.
