VIGONOVO (VENEZIA) – Un messaggio chiaro, visibile a tutta la comunità: “Alberto Libero”. È questo il grido che da oggi campeggia sulla facciata del municipio di Vigonovo, in provincia di Venezia. Uno striscione che non è solo un simbolo, ma l’atto concreto di un’amministrazione che, facendosi portavoce dei propri cittadini, si unisce al coro nazionale per chiedere il rilascio di Alberto Trentini, il cooperante e concittadino veneziano detenuto in Venezuela dal 15 novembre 2024. L’iniziativa fa seguito a una delibera approvata all’unanimità dal Consiglio Comunale lo scorso 2 ottobre, a testimonianza di una volontà coesa che travalica gli schieramenti politici.

La vicenda di Alberto Trentini, 46 anni, professionista con una ventennale esperienza nel settore umanitario, ha scosso profondamente non solo la sua comunità di origine, ma l’intera opinione pubblica italiana. Arrestato oltre un anno fa mentre era in missione per conto dell’organizzazione non governativa internazionale Humanity & Inclusion, impegnata nell’assistenza a persone con disabilità, Trentini è stato fermato a un posto di blocco durante un trasferimento da Caracas a Guasdualito. Da quel momento, è iniziato un calvario fatto di silenzio, isolamento e una detenzione priva di accuse formali, che lo ha visto trasferito in una struttura della Direzione Generale del Controspionaggio Militare (DGCIM) a Caracas.

Chi è Alberto Trentini: un professionista al servizio degli altri

Laureato con lode in Storia contemporanea all’Università Ca’ Foscari di Venezia, Alberto Trentini ha dedicato la sua vita alla cooperazione internazionale. La sua carriera lo ha portato in diverse aree del mondo, sempre con l’obiettivo di supportare le popolazioni più vulnerabili. Era arrivato in Venezuela solo da poche settimane, il 17 ottobre 2024, per coordinare un progetto umanitario. La sua professionalità e dedizione sono state più volte sottolineate da colleghi e amici, che descrivono un uomo impegnato e lontano da qualsiasi logica politica. La sua detenzione appare dunque ancora più incomprensibile e ingiusta, un caso che, secondo alcuni osservatori, potrebbe rientrare nella complessa e delicata “diplomazia degli ostaggi” messa in atto dal governo di Caracas per ottenere concessioni a livello internazionale.

La mobilitazione non si ferma: da Vigonovo al Parlamento Europeo

L’iniziativa del Comune di Vigonovo è solo l’ultima di una lunga serie di azioni volte a mantenere alta l’attenzione sul caso. Anche l’ateneo veneziano di Ca’ Foscari ha esposto uno striscione sul Canal Grande, ricordando il suo brillante ex studente. La società civile si è mossa con forza attraverso petizioni online che hanno raccolto decine di migliaia di firme, sit-in, digiuni a staffetta e incontri pubblici. Associazioni come Articolo 21 e Amnesty International, insieme a sindacati e organizzazioni umanitarie, hanno unito le forze per chiedere un intervento deciso da parte delle istituzioni.

L’appello per la liberazione di Trentini ha raggiunto anche le più alte sedi istituzionali. Recentemente, 39 eurodeputati hanno firmato una lettera per sollecitare un’azione diplomatica più incisiva. La famiglia, assistita dall’avvocata Alessandra Ballerini, nota per il suo impegno in casi di violazioni dei diritti umani come quelli di Giulio Regeni e Andy Rocchelli, continua a dialogare con la Farnesina. Nonostante alcuni recenti contatti tra Alberto, la famiglia e le diplomazie italiana e venezuelana abbiano riacceso una flebile speranza, la strada per la sua liberazione appare ancora complessa.

L’angoscia della famiglia e le parole della madre

Al centro di questa drammatica vicenda c’è l’instancabile lotta della famiglia e, in particolare, della madre di Alberto, Armanda Colusso. Le sue parole, cariche di dolore e determinazione, sono diventate il simbolo di questa mobilitazione. “Fate presto a liberare Alberto e a farlo tornare a casa dalla sua famiglia“, è l’appello che il Comune di Vigonovo ha fatto proprio, riportandolo nella sua nota ufficiale. In più occasioni, la signora Armanda ha espresso la sua angoscia e la frustrazione per quello che percepisce come un immobilismo da parte del governo italiano, chiedendosi cosa possa pensare il figlio di “un Paese che sembra averlo abbandonato”. Un dolore che si acuisce all’avvicinarsi delle festività natalizie, con la prospettiva che Alberto debba trascorrere un secondo Natale in una cella, lontano dai suoi affetti.

La speranza, tuttavia, non si spegne. Ogni striscione, ogni articolo di giornale, ogni firma su una petizione, è un piccolo faro che squarcia il buio dell’indifferenza. La comunità di Vigonovo, insieme a tante altre realtà in Italia, ha dimostrato che la solidarietà può superare i confini e che la richiesta di giustizia per un proprio cittadino è un dovere civico e morale. L’attenzione resta alta, in attesa della sola notizia che conta: il ritorno a casa di Alberto Trentini.

Di veritas

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