WASHINGTON – Una giornata che sembrava di routine si è trasformata in tragedia a Manbij, strategica città nel nord della Siria, quando un attentatore suicida si è fatto esplodere colpendo una pattuglia della Coalizione Globale anti-ISIS a guida statunitense. L’attacco, avvenuto il 16 gennaio 2019, ha causato la morte di almeno 16 persone, tra cui quattro americani: due soldati, un contractor della difesa e un civile impiegato dal Dipartimento della Difesa. L’azione, prontamente rivendicata dallo Stato Islamico (ISIS) attraverso la sua agenzia di propaganda Amaq, ha rappresentato uno dei colpi più duri subiti dalle forze americane dall’inizio del loro intervento in Siria nel 2014.
La Dinamica dell’Attentato
Secondo le ricostruzioni, l’attentatore, indossando un giubbotto esplosivo, ha preso di mira il personale americano mentre si trovava nei pressi del ristorante “Qasr al-Omara” (Il Palazzo dei Principi), un luogo frequentato dai membri della coalizione nel centro di Manbij. La pattuglia era impegnata in un’operazione di routine, un incontro con le forze locali alleate, quando la potente deflagrazione ha scosso la città. Oltre alle vittime statunitensi, l’attacco ha ucciso e ferito numerosi civili siriani e combattenti delle Forze Democratiche Siriane (SDF), l’alleanza a maggioranza curda che ha combattuto in prima linea contro l’ISIS con il supporto aereo e logistico americano.
Le vittime americane sono state identificate come il Chief Warrant Officer 2 Jonathan R. Farmer, il Navy Chief Cryptologic Technician (Interpretive) Shannon M. Kent, e Scott A. Wirtz, un ex Navy SEAL che lavorava come operatore per la Defense Intelligence Agency. A loro si è aggiunto un contractor, Ghadir Taher, un interprete di origini siriane. La loro morte ha portato un’ondata di commozione negli Stati Uniti, riaccendendo i riflettori sul costo umano di un conflitto complesso e apparentemente senza fine.
Un Attacco nel Cuore della Strategia Americana
L’attentato di Manbij non è stato solo un evento tragico, ma anche un colpo simbolico e strategico. È avvenuto a meno di un mese dal controverso annuncio del presidente Donald Trump, il 19 dicembre 2018, di voler ritirare completamente le circa 2.000 truppe statunitensi dalla Siria, proclamando che l’ISIS era stato “sconfitto”. Questa decisione, presa apparentemente in modo impulsivo e contro il parere dei suoi stessi consiglieri, aveva portato alle dimissioni del Segretario alla Difesa, James Mattis, e dell’inviato speciale per la coalizione anti-ISIS, Brett McGurk, creando sconcerto tra gli alleati, in particolare le forze curde che si sentivano abbandonate di fronte alla minaccia turca.
L’attacco ha brutalmente smentito la narrazione di una vittoria definitiva sul Califfato, dimostrando che, sebbene sconfitto territorialmente, il gruppo manteneva intatta la sua capacità di condurre operazioni terroristiche letali. Ha esposto le vulnerabilità della politica americana, lasciando le truppe sul campo in una posizione precaria durante una fase di transizione confusa e mal definita. Il vicepresidente Mike Pence, pur esprimendo cordoglio, ribadì la linea dell’amministrazione, affermando che il Califfato non avrebbe mai potuto ristabilirsi, una dichiarazione che a molti osservatori parve in stridente contrasto con la realtà dei fatti.
Le Implicazioni Geopolitiche
Manbij, liberata dall’ISIS nel 2016 grazie a una dura battaglia condotta dalle SDF con il supporto aereo americano, rappresenta un crocevia fondamentale nel complesso scacchiere siriano. Situata a ovest dell’Eufrate, è una città contesa, rivendicata dalla Turchia che considera le milizie curde YPG (spina dorsale delle SDF) come un’organizzazione terroristica legata al PKK. La presenza americana a Manbij era vista come un deterrente cruciale contro un’offensiva turca e un fattore di stabilità.
L’attentato ha quindi avuto profonde ripercussioni:
- Ha rafforzato le argomentazioni di chi, all’interno del Pentagono e del Dipartimento di Stato, si opponeva a un ritiro affrettato, sostenendo la necessità di una presenza continua per consolidare i risultati ottenuti e prevenire una recrudescenza dell’ISIS.
- Ha aumentato la pressione sugli alleati curdi, che, di fronte all’incertezza dell’impegno americano, hanno intensificato i contatti con il regime di Damasco e la Russia in cerca di nuove garanzie di protezione.
- Ha messo in discussione la credibilità degli Stati Uniti come partner affidabile nella regione, alimentando un vuoto di potere che altri attori, come Russia e Iran, erano pronti a colmare.
In definitiva, l’attacco di Manbij è stato un tragico promemoria della persistente instabilità della Siria e della natura multiforme della minaccia terroristica. Ha dimostrato che una vittoria militare sul campo non si traduce automaticamente in una pace duratura e che le decisioni politiche prese a migliaia di chilometri di distanza hanno conseguenze dirette e spesso letali per chi opera sul terreno.
