Arcore, Monza e Brianza – Doveva essere un’iniziativa culturale per dire “no” alla violenza contro le donne, un percorso artistico per raccontare l’evoluzione della figura femminile. Si è trasformata, invece, in un acceso terreno di scontro politico. Al centro della bufera, la mostra “Le Donne – 500 fashion Barbie dolls”, allestita nella prestigiosa cornice di Villa Borromeo d’Adda ad Arcore e voluta dall’amministrazione comunale guidata dal sindaco di Fratelli d’Italia, Maurizio Bono. L’evento, che espone 500 esemplari della celebre bambola, è stato aspramente criticato da esponenti della sinistra, in particolare da Carla Giuzzi, responsabile diritti della segreteria provinciale di Sinistra Italiana, che ha definito la Barbie “un modello di donna che è alla base della violenza di genere in quanto vista solo come ‘un oggetto’ da possedere”.

LE RAGIONI DELLA MOSTRA: UN RACCONTO SUL FEMMINILE

L’esposizione, inaugurata il 6 dicembre e visitabile fino al 18 gennaio 2026, si inserisce nel più ampio progetto culturale “Arcore è Lei – Mese della Donna”. L’intento dichiarato dagli organizzatori, tra cui il direttore artistico Valentino Damiano Donghi, è quello di offrire “un racconto sul femminile e di tutto quello che le donne sono riuscite a realizzare nonostante gli uomini”. Secondo il sindaco Bono, l’obiettivo è “mostrare la donna in tutte le sue potenzialità in tutto quello che può fare e discutere insieme perché la parità diventi realtà”. La mostra, attraverso le diverse versioni della bambola, intende narrare i cambiamenti dell’immaginario collettivo, passando da “stereotipi rigidi della donna-oggetto a modelli sempre più consapevoli, autonomi e plurali”. Le offerte raccolte durante l’evento, a ingresso libero, saranno interamente devolute alla Caritas della Comunità pastorale Sant’Apollinare di Arcore.

LA CRITICA DI SINISTRA ITALIANA: “UN MODELLO STEREOTIPATO”

Di tutt’altro avviso è Carla Giuzzi di Sinistra Italiana, che ha sollevato obiezioni sia sul merito che sulla destinazione dei fondi. Per Giuzzi, la scelta della Barbie è profondamente sbagliata. “Il suo aspetto fisico, alta, bionda, occhi azzurri, vita stretta e gambe lunghe ha condizionato generazioni di bambine a seguire il modello di donna stereotipato che veicolava e non è bastato vestirla da scienziata, polizziotta o pilota d’aereo”, ha affermato. Secondo la sua analisi, questo modello contribuisce a una cultura del possesso, che è uno dei fattori primari da combattere per eliminare la violenza sulle donne.

Inoltre, Giuzzi ha criticato la scelta di destinare i fondi alla Caritas, sostenendo che, sebbene meritevole, “nulla ha che fare con il progetto e appare più che altro un modo facile per cercare consensi”. Sulla stessa linea si è espressa anche l’ex sindaca del Pd, Rosalba Colombo, secondo cui sarebbe stato più coerente devolvere il ricavato a organizzazioni che si occupano specificamente di supporto alle donne vittime di violenza, come “Mamma Rita” di Monza o altre realtà simili sul territorio.

IL DIBATTITO CULTURALE: ICONA POP O SIMBOLO PATRIARCALE?

La polemica di Arcore riaccende un dibattito di lunga data sul significato culturale della Barbie. Nata nel 1959, la bambola è stata per decenni un’icona globale, capace di interpretare i cambiamenti sociali e di assumere innumerevoli ruoli e professioni. I difensori della mostra sottolineano proprio questa evoluzione, vedendo nella Barbie uno strumento per riflettere sulla pluralità delle identità femminili. Le 500 bambole esposte, infatti, sono allestite in abiti e scenografie che rappresentano diverse culture, professioni e storie, con l’intento di mostrare le donne come protagoniste in ogni ambito della vita.

D’altra parte, i critici evidenziano come la bambola, nonostante i tentativi di aggiornamento, rimanga ancorata a uno standard estetico irraggiungibile e a un’idea di femminilità superficiale. La controversia, quindi, non si limita alla politica locale, ma tocca corde profonde legate alla rappresentazione della donna nella cultura popolare e all’efficacia dei simboli utilizzati nelle campagne di sensibilizzazione su temi così delicati come la violenza di genere.

Mentre il dibattito prosegue, la mostra a Villa Borromeo continua ad accogliere visitatori, diventando, suo malgrado, un caso di studio sull’intersezione tra cultura pop, impegno sociale e scontro politico.

Di veritas

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