L’economia italiana è con il fiato sospeso. Il destino dell’accordo commerciale tra Unione Europea e i paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) sembra dipendere in modo decisivo dalla posizione che il governo di Roma assumerà nelle prossime ore. Con la scadenza per la firma fissata al 20 dicembre, l’allarme lanciato da Confindustria risuona forte e chiaro: un’eventuale mancata approvazione da parte dell’Italia potrebbe far naufragare un negoziato durato un quarto di secolo, con conseguenze pesantissime per l’export e la credibilità internazionale del Paese.
L’appello di Confindustria: “Responsabilità storica”
A farsi portavoce delle preoccupazioni del mondo industriale è Barbara Cimmino, vicepresidente di Confindustria con delega all’export e all’attrazione degli investimenti. In una recente intervista al Sole 24 Ore, Cimmino ha usato toni netti, avvertendo che “se dovesse saltare l’accordo Ue-Mercosur l’Italia si assumerebbe la responsabilità grave di aver fatto fallire un progetto di crescita e competitività del continente europeo”. Dopo l’astensione del Belgio, il voto italiano è diventato l’ago della bilancia, un fattore determinante per il futuro di un’intesa che promette di creare una delle più grandi aree di libero scambio al mondo, connettendo oltre 750 milioni di consumatori.
I numeri snocciolati da Confindustria evidenziano la posta in gioco: un potenziale aumento delle esportazioni europee di 50 miliardi di euro, di cui ben 14 miliardi a beneficio diretto dell’Italia, circa il 30% del totale. Un’opportunità che, secondo l’associazione degli industriali, il sistema Italia non può permettersi di perdere, specialmente in un contesto geopolitico ed economico globale che vede l’Europa “stretta tra la concorrenza di Usa e Cina”. Il fallimento dell’accordo, inoltre, minerebbe la credibilità dell’UE in futuri negoziati commerciali, come quello già in discussione con l’India.
Le imprese italiane, sottolinea Confindustria, continuerebbero a pagare dazi pesanti, fino al 35%, su beni in cui sono leader nelle esportazioni verso il Mercosur, come i macchinari (che rappresentano il 43% dell’export italiano nell’area) e l’agroalimentare. “Sembra che vogliamo deindustrializzarci da soli”, è l’amara constatazione di Cimmino, che mette in guardia dal farsi ingannare dai dati positivi sull’export del 2025, drogati dall’accumulo di scorte per timore dei dazi, a fronte di un calo già visibile degli ordini per il 2026.
La posizione cauta del Governo e le preoccupazioni del settore agricolo
A frenare gli entusiasmi e a generare l’allarme di Confindustria sono le parole del Ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che ha espresso una posizione di grande cautela, riassunta nella frase “non ci siamo del tutto”. Il timore principale, condiviso anche da altri Paesi come la Francia, riguarda l’impatto che l’accordo potrebbe avere sul settore agricolo europeo. Le associazioni di categoria, come Coldiretti e Filiera Italia, denunciano il rischio di una “concorrenza sleale” da parte dei produttori sudamericani, che opererebbero con standard ambientali, sanitari e di benessere animale meno stringenti rispetto a quelli imposti agli agricoltori europei.
Il Ministro Lollobrigida, pur riconoscendo che l’accordo è “nell’interesse di tutti” e che non dovrebbero esserci “preclusioni ideologiche”, ha posto un paletto invalicabile: il principio di reciprocità. “Non si possono imporre standard stringenti ai produttori europei e poi consentire l’ingresso di prodotti ottenuti con criteri completamente diversi”, ha dichiarato. Il governo italiano ha comunque ottenuto alcune garanzie importanti durante i negoziati, tra cui un fondo di compensazione per i settori che potrebbero subire criticità e un meccanismo di “freno d’emergenza” (handbrake) per riattivare i dazi in caso di gravi squilibri di mercato. Tuttavia, per il Ministro, questo non è ancora sufficiente a fugare tutti i dubbi.
Un accordo dai due volti: opportunità e rischi
L’accordo UE-Mercosur è un trattato complesso e dalle molteplici sfaccettature. Da un lato, promette di abbattere oltre il 90% dei dazi sulle merci comunitarie esportate in Sud America, con un risparmio annuo stimato in circa 4 miliardi di euro, offrendo un accesso preferenziale a un mercato di 270 milioni di consumatori. I settori che ne trarrebbero maggior beneficio per l’Italia sarebbero quello manifatturiero avanzato (macchinari, automotive, chimica, farmaceutica) e l’agroalimentare di alta qualità.
Dall’altro lato, solleva legittime preoccupazioni per alcuni comparti agricoli “sensibili”, come quello della carne bovina, del riso e dello zucchero, che si troverebbero a competere con importazioni a basso costo. A queste si aggiungono le critiche delle organizzazioni ambientaliste, come Greenpeace, che temono un impatto negativo su ecosistemi vitali come l’Amazzonia, incentivando un modello di agricoltura industriale non sostenibile.
La settimana si preannuncia decisiva. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, punta a volare in Brasile il 20 dicembre per la firma. Il vertice UE del 19 dicembre sarà il momento della verità, in cui l’Italia dovrà sciogliere le sue riserve. La scelta è tra cogliere un’opportunità strategica per la crescita industriale, come sostenuto da Confindustria, o proteggere il settore agricolo da una concorrenza ritenuta insostenibile. Una decisione che, in ogni caso, segnerà la storia economica e politica del Paese e dell’intera Unione Europea.
