Milano – Una scommessa vinta, un trionfo scandito da oltre undici minuti di applausi scroscianti. La Prima del Teatro alla Scala ha celebrato il coraggio di una scelta artistica non convenzionale, portando in scena per la prima volta in un’inaugurazione di stagione un’opera di Dmitrij Šostakovič, “Una Lady Macbeth del distretto di Mcensk”. Una serata che ha segnato l’ultima inaugurazione per il Maestro Riccardo Chailly come direttore musicale, il quale ha guidato l’orchestra scaligera in una lettura di straordinaria intensità emotiva e rigore analitico, raccogliendo un successo personale caloroso e inequivocabile.

L’opera, capolavoro del Novecento musicale, è un pugno nello stomaco, una storia cruda di passione, sesso, violenza e critica sociale che, fin dalla sua prima rappresentazione nel 1934, ha suscitato reazioni forti, culminate nella celebre censura da parte di Stalin nel 1936. La scelta di Chailly e del nuovo sovrintendente Fortunato Ortombina di proporre la versione originale del 1934, nel cinquantesimo anniversario della morte del compositore, è stata un atto di grande valore culturale, un invito a confrontarsi con un’arte che non teme di esplorare gli abissi dell’animo umano.

UNA REGIA MODERNA E UN CAST DI ECCELLENZA

La regia del debuttante alla Scala, Vasily Barkhatov, ha trasposto l’azione dalla Russia rurale del 1860 a un ristorante di una capitale sovietica degli anni ’50, gli ultimi del regime staliniano. Una scelta che, attraverso l’uso di flashback e di una scenografia imponente firmata da Zinovy Margolin, ha trasformato la narrazione in una sorta di deposizione processuale, un’indagine poliziesca sui delitti della protagonista. Questa impostazione, a tratti ironica e grottesca, ha permesso di smorzare la violenza esplicita delle scene, già potentemente espressa dalla partitura, senza tuttavia edulcorarne la portata drammatica.

Protagonista assoluta della serata è stata il soprano americano Sara Jakubiak, al suo debutto scaligero nel ruolo di Katerina Izmajlova. La sua interpretazione di questa “tigre”, come lei stessa l’ha definita, è stata intensa e sfaccettata, capace di restituire la noia, la disperazione, la sete di libertà e la furia omicida di una donna vittima di una società patriarcale e oppressiva. Al suo fianco, un cast di altissimo livello ha contribuito al successo dello spettacolo: da Najmiddin Mavlyanov nel ruolo dell’amante Sergej, ad Alexander Roslavets in quello del suocero tiranno Boris, fino al coro diretto da Alberto Malazzi, vero e proprio personaggio collettivo che incarna la violenza normalizzata della società.

LA MUSICA DI ŠOSTAKOVIČ, SPECCHIO DELL’ANIMA

Sotto la bacchetta di Riccardo Chailly, la musica di Šostakovič è emersa in tutta la sua sconvolgente potenza. Il direttore milanese ha saputo navigare la complessa partitura, passando con maestria da momenti di lirismo sommesso e dolente a esplosioni sonore brutali e vorticose. L’orchestra della Scala ha risposto con un suono compatto e lucidissimo, esaltando la ricchezza timbrica e la modernità di una scrittura che fonde la tradizione russa con le avanguardie europee. Chailly ha offerto una lettura che ha messo in luce la duplice anima dell’opera: da un lato la critica feroce al potere e alla società piccolo-borghese, dall’altro il dramma intimo di una donna alla disperata ricerca di amore e realizzazione.

UNA PRIMA TRA TRADIZIONE E MONDO CONTEMPORANEO

Come da tradizione, la serata del 7 dicembre è stata anche un importante evento mondano e istituzionale. Nonostante l’assenza del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, il palco reale ha visto la presenza della senatrice a vita Liliana Segre, accolta da un caloroso applauso, accanto al presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso e al sindaco di Milano Giuseppe Sala. Presenti anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli e altre figure di spicco della politica e dell’economia. Il foyer e la platea hanno accolto inoltre numerosi volti noti del mondo dello spettacolo, tra cui i cantanti Mahmood e Achille Lauro e l’attore Pierfrancesco Favino, a testimonianza di come la Prima della Scala sia un evento capace di unire mondi diversi nel nome della grande cultura.

Le manifestazioni di protesta in piazza, a cura di sigle sindacali e movimenti, hanno fatto da consueto contraltare alla serata di gala, portando all’attenzione pubblica temi sociali e politici. Una cornice che, in fondo, non strideva con lo spirito critico e di denuncia che anima la stessa opera di Šostakovič.

UN’OPERA CHE INTERROGA IL PRESENTE

La Katerina di Šostakovič non è la Lady Macbeth assetata di potere di Shakespeare. È una donna che uccide per amore, per sesso, per disperazione, per liberarsi da un’esistenza soffocante. La sua vicenda, pur intrisa di violenza, apre una riflessione profonda sulla condizione femminile e sulle dinamiche di potere all’interno della società. La scelta di portare in scena quest’opera oggi, in un contesto storico segnato da nuove tensioni e dibattiti, assume un valore simbolico potente. È un invito a non avere paura dell’arte che disturba, che interroga, che costringe a guardare le zone d’ombra della nostra umanità. Un’arte che, come ha dimostrato il trionfo di questa Prima, è più che mai necessaria.

Di euterpe

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