Un’asse da stiro come tavola per una cena con Andrea Zanzotto, il consiglio quasi pirandelliano di Eugenio Montale a “non prendersi troppo sul serio”, e uno “sgabuzzino” segreto, tappezzato delle opere di Pier Paolo Pasolini, a casa del pittore Giuseppe Zigaina. Sono solo alcuni dei frammenti di una vita straordinaria, emersi dal racconto intimo e profondo di Mladen Machiedo, classe 1938, nel film-intervista “La quotidianità non ordinaria di un italianista croato”.
L’opera, prodotta da J.C. Damir Murkovic per la Comunità croata di Trieste, curata da Cristina Bonadei e diretta da Matteo Prodan, getta una luce inedita sulla figura di uno dei più importanti intellettuali del Novecento. Machiedo, nato a Zagabria, è stato un vero e proprio “traghettatore” della cultura italiana nell’ex Jugoslavia, un ponte tra due mondi letterari che ha saputo unire con la sua immensa erudizione e sensibilità. Poeta, saggista, editore, traduttore e docente a vita, la sua è una figura poliedrica che incarna il paradigma dell’intellettuale mitteleuropeo senza confini.
Un ponte tra le culture: la missione di un traduttore
Con le sue traduzioni magistrali, Machiedo ha permesso a intere generazioni di lettori di lingua croata di scoprire e amare autori capitali come Eugenio Montale, Dino Campana, Italo Calvino e Cesare Pavese. Un lavoro prezioso, riconosciuto da numerosi premi, tra cui il Premio Montale per la traduzione nel 2001, il Premio Flaiano nel 2003 e, a coronamento di una carriera eccezionale, il prestigioso Premio croato Vladimir Nazor per l’Opera omnia nel campo della letteratura nel giugno 2024. La sua formazione, avvenuta anche in Italia presso la prestigiosa Normale di Pisa tra il 1969 e il 1970, e le sue origini (il cognome Macedo ha derivazioni portoghesi), testimoniano un’identità intrinsecamente mediterranea e mitteleuropea, capace di dialogare con anime culturali diverse.
Il documentario, presentato in anteprima al festival PordenoneLegge 2024, è un lungo dialogo girato tra Zagabria, Spalato, Milano e Firenze, in cui Machiedo apre le porte della sua casa e delle sue “stanze della memoria”. Un racconto che parte dagli esordi, quasi da autodidatta, quando imparava la lingua italiana ascoltando le canzoni di Sanremo con una grammatica aperta sulle ginocchia.
Aneddoti di una vita letteraria: incontri ravvicinati con i giganti del Novecento
Il cuore del film risiede negli aneddoti, nelle istantanee di vita vissuta accanto ai grandi della nostra letteratura, che Machiedo restituisce con vividezza e affetto.
- Andrea Zanzotto e la cena sull’asse da stiro: Spassoso e rivelatore l’episodio della cena a casa del poeta di Pieve di Soligo. Di fronte all’assenza di un tavolo, Zanzotto non si scompone e improvvisa una tavola su un’asse da stiro. Un gesto che, per Machiedo, racchiude l’essenza della sua poetica: “un curioso esempio di concentrazione su molecole verbali. Con il minimo cerca di penetrare nell’ignoto”. Un poeta per pochi, secondo Machiedo, ma un critico “straordinario”, capace di “uscire da se stesso”.
- Eugenio Montale e la lezione dell’autoironia: Del premio Nobel, che amava soprannominarsi Eusebio, Machiedo ricorda il tratto “pirandelliano” e la sua lezione più duratura: “Non prendiamoci troppo sul serio”. Un aneddoto significativo riguarda il giorno del Nobel: mentre fuori dalla sua casa milanese si accalcavano i giornalisti, Montale non riceveva nessuno. Solo Machiedo, in quanto suo traduttore, ebbe il privilegio di essere ammesso alla sua presenza, testimoniando la ritrosia e l’umiltà del grande poeta.
- Pier Paolo Pasolini e il “suicidio a delega”: Machiedo fu tra i primi a cogliere la portata profetica di una frase di Pasolini: “Intendo la libertà come una morte di ferite appositamente cercata”. Fu il pittore e amico fraterno di PPP, Giuseppe Zigaina, a teorizzare la “morte profetizzata”, il cosiddetto “suicidio a delega”. E proprio a casa di Zigaina, in Friuli, Machiedo fece una scoperta sorprendente: uno sgabuzzino interamente tappezzato di opere e riferimenti a Pasolini, a testimonianza di un legame viscerale e di uno studio profondo, rivelando un uomo “estremamente versatile e modesto”.
Nel pantheon personale di Machiedo trovano posto anche altre figure, come Ruggero Jacobbi, definito “non meno geniale di Umberto Eco”, e lo scrittore Bartolo Cataffi, considerato un “fratello maggiore”.
Un intellettuale “datato” nell’era postmoderna
Con una sincerità disarmante, Machiedo si definisce “datato”. Non ha la patente, scrive ancora a mano per poi passare alla macchina da scrivere, affidando a una collaboratrice la trascrizione al computer. Si sente un “erede dei modernismi”, costretto dalla longevità a vivere tra i postmoderni, da cui deriva la necessità della brevità. Lontano dall’universo linguistico di Gadda, si sente più affine alla prosa d’arte di Alberto Savinio.
Un uomo che ha vissuto “in 4 Stati, senza mai cambiare luogo”, superando due guerre con la consapevolezza che “alla terza non si sopravvive”. Un testimone del Novecento che, attraverso la sua “quotidianità non ordinaria”, continua a insegnarci il valore inestimabile della cultura come strumento di dialogo, conoscenza e, in definitiva, di libertà.
