Una frenata improvvisa, un rinvio che pesa come un macigno sugli equilibri politici interni e sulle alleanze internazionali. Il decreto legge che avrebbe dovuto prorogare per tutto il 2026 l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all’Ucraina è stato ritirato dall’ordine del giorno del pre-Consiglio dei Ministri. Il provvedimento, la cui scadenza è fissata per il 31 dicembre, sembrava un passaggio quasi formale, ma la sua inattesa scomparsa dalla lista dei temi da discutere ha acceso i riflettori su una crepa sempre più evidente all’interno della coalizione di governo, in particolare sulle posizioni della Lega di Matteo Salvini.
La cronaca di un rinvio annunciato
La giornata politica di martedì si è consumata nel segno di questo colpo di scena. In mattinata, la convocazione inviata ai ministeri per la riunione tecnica preparatoria al Consiglio dei Ministri includeva, tra i 18 punti all’ordine del giorno, anche il cruciale decreto per Kiev. Poche ore dopo, nel pomeriggio, una nuova comunicazione ha ridotto l’elenco a 17 provvedimenti, cancellando proprio quello relativo al supporto militare all’Ucraina. La motivazione ufficiale, trapelata da fonti di governo, parla di un ordine del giorno già eccessivamente carico e della volontà di rinviare la discussione, dato che la scadenza dell’autorizzazione attuale è a fine mese. Tuttavia, dietro questa spiegazione di facciata si celano dinamiche politiche ben più complesse e significative.
Le pressioni della Lega e la strategia di Salvini
Il rinvio del decreto è diretta conseguenza delle crescenti perplessità espresse dalla Lega e dal suo leader, Matteo Salvini. Da tempo, il Carroccio manifesta una posizione più cauta, se non apertamente scettica, sulla prosecuzione a oltranza del sostegno militare a Kiev. Salvini ha recentemente ribadito la necessità di porre fine al conflitto per il bene dell’economia italiana ed europea, sottolineando di “parteggiare per l’Italia”. Queste dichiarazioni si inseriscono in un solco di dubbi alimentati anche da scandali di corruzione emersi in Ucraina, che secondo alcuni esponenti leghisti, come il senatore Claudio Borghi, rafforzano le ragioni per interrompere l’invio di armi. Borghi si è spinto a dichiarare che non voterà il decreto quando arriverà in Parlamento. La pressione leghista avrebbe quindi spinto la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a optare per un rinvio tattico per evitare uno scontro aperto in Consiglio dei Ministri.
Il contesto internazionale e i colloqui USA-Russia
A complicare il quadro si aggiunge un delicato contesto internazionale. Fonti della maggioranza suggeriscono che la richiesta di rinvio sia legata anche all’attesa per l’esito di importanti colloqui diplomatici, in particolare quelli in corso tra Washington e Mosca. Si fa riferimento a un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e l’inviato della Casa Bianca, Steve Witkoff. Questa attesa per gli sviluppi diplomatici sarebbe stata utilizzata come leva per sostenere la tesi dell’assenza di urgenza nell’approvare il decreto. In sostanza, una parte della maggioranza scommette sulla possibilità di una via negoziale al conflitto, che renderebbe meno impellente la proroga degli aiuti militari.
Il meccanismo degli aiuti e il ruolo del Parlamento
È importante ricordare come funziona il meccanismo di sostegno all’Ucraina. L’autorizzazione alla cessione di armamenti, introdotta per la prima volta dal governo Draghi nel febbraio 2022, permette all’esecutivo di inviare aiuti militari senza dover richiedere l’approvazione parlamentare per ogni singolo pacchetto di forniture. Il decreto legge, una volta approvato dal governo, entra in vigore immediatamente ma deve essere convertito in legge dal Parlamento entro 60 giorni. Finora, l’Italia ha inviato 12 pacchetti di aiuti, incluso il sofisticato sistema di difesa aerea SAMP/T. Il rinvio attuale sposta la discussione parlamentare a gennaio, dove la maggioranza potrebbe presentarsi con posizioni non unanimi.
Le reazioni politiche e il futuro del sostegno a Kiev
La mossa del governo ha inevitabilmente scatenato le reazioni delle opposizioni, che denunciano l’ambiguità della maggioranza e chiedono chiarezza. Il Partito Democratico, in particolare, ha sollecitato l’esecutivo a presentarsi in aula per il rinnovo del sostegno all’Ucraina senza dilazioni. La vicenda mette in luce la difficile posizione della premier Meloni, impegnata a mantenere una linea di fermo sostegno a Kiev in continuità con gli alleati NATO e UE, ma costretta a mediare con un alleato di governo, la Lega, sempre più orientato a favorire una soluzione diplomatica e a mettere in discussione l’efficacia della strategia militare finora perseguita. La credibilità e l’autorevolezza internazionale dell’Italia sono in gioco, e i prossimi passaggi, sia in Consiglio dei Ministri che in Parlamento, saranno decisivi per comprendere la reale direzione della politica estera italiana di fronte al conflitto ucraino.
