Lo Sri Lanka è stato travolto da una catastrofe naturale di proporzioni storiche. Una settimana di piogge torrenziali, scatenate dal passaggio del ciclone Ditwah, ha provocato inondazioni e frane su vasta scala, lasciando una scia di distruzione in tutta la nazione insulare. Secondo l’ultimo bollettino del Disaster Management Centre (DMC), l’agenzia nazionale per la gestione dei disastri, il bilancio delle vittime è salito a 410 morti accertati, mentre altre 336 persone risultano ancora disperse. Si tratta del disastro naturale più grave che abbia colpito il Paese dallo tsunami che devastò le coste dell’Oceano Indiano nel 2004.
L’impatto sulla popolazione è drammatico: oltre 1,5 milioni di persone sono state direttamente colpite dalla furia degli elementi. Interi villaggi sono stati sommersi dal fango e dall’acqua, costringendo centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Le autorità hanno allestito oltre 1.275 centri di soccorso per dare rifugio a circa 180.500 sfollati. Le immagini che arrivano dalle aree colpite mostrano scenari apocalittici, con case distrutte, infrastrutture vitali danneggiate e un’intera nazione in stato di shock.
Il Ciclone Ditwah e l’impatto su tutto il territorio
Il ciclone Ditwah ha toccato terra il 28 novembre, portando con sé venti distruttivi e precipitazioni di intensità eccezionale che hanno interessato tutti i 25 distretti del Paese. Le piogge monsoniche, già intense in questo periodo dell’anno, sono state aggravate dalla tempesta tropicale, causando l’esondazione di fiumi e il cedimento di dighe. Le regioni collinari centrali sono state tra le più colpite, con frane e smottamenti che hanno seppellito intere abitazioni. I distretti di Kandy, Badulla e Nuwara Eliya registrano il numero più alto di vittime. Le operazioni di ricerca e soccorso, condotte dall’esercito e dalla marina con l’ausilio di elicotteri e imbarcazioni, proseguono senza sosta, ma le speranze di trovare superstiti si affievoliscono con il passare delle ore.
La devastazione ha paralizzato il Paese: le scuole e le università sono state chiuse e il presidente Anura Kumara Dissanayake ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale. Le infrastrutture hanno subito danni ingenti, con la distruzione di oltre 15.000 case e gravi lesioni alle reti elettriche e ferroviarie. In molte aree manca l’elettricità e l’accesso all’acqua potabile, aggravando ulteriormente la crisi umanitaria.
La risposta internazionale e gli aiuti umanitari
Di fronte a una crisi di tale magnitudo, il governo dello Sri Lanka ha lanciato un appello per ricevere aiuti internazionali. La comunità internazionale ha risposto prontamente, mobilitando risorse e squadre di soccorso. L’India, in linea con la sua politica di “Neighbourhood First”, ha avviato l’operazione “Sagar Bandhu”, inviando squadre di ricerca e soccorso urbano, personale medico e tonnellate di materiale umanitario. Anche altri Paesi hanno offerto il loro sostegno:
- La Cina ha stanziato 100.000 dollari in aiuti d’emergenza e forniture per un valore di 10 milioni di yuan.
- L’Australia ha promesso 1 milione di dollari australiani per le operazioni di risposta immediata.
- Il Nepal ha contribuito con 200.000 dollari.
- Anche Emirati Arabi Uniti, Russia e Bangladesh hanno inviato aiuti e messaggi di cordoglio.
Le Nazioni Unite, attraverso l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), stanno collaborando con le autorità locali per preparare un piano di risposta congiunto e coordinare gli sforzi umanitari sul campo. Anche le organizzazioni non governative e le comunità religiose, come la Chiesa cattolica locale, si sono mobilitate per fornire accoglienza, cibo e supporto psicologico agli sfollati.
Un’economia in ginocchio e le sfide della ricostruzione
Oltre al drammatico costo in termini di vite umane, questa catastrofe rappresenta un colpo durissimo per l’economia dello Sri Lanka, già provata da anni di difficoltà. La distruzione di infrastrutture, coltivazioni e attività produttive richiederà uno sforzo enorme per la ricostruzione. Il presidente Dissanayake ha avvertito che i costi per il ripristino saranno “estremamente elevati”. Il disastro mette in luce, ancora una volta, l’estrema vulnerabilità del Paese ai cambiamenti climatici e a eventi meteorologici estremi, la cui intensità e frequenza sembrano destinate ad aumentare. La priorità ora è salvare vite umane e assistere gli sfollati, ma la strada verso la ripresa si preannuncia lunga e complessa, e richiederà un impegno corale sia a livello nazionale che internazionale.
