CATANIA – Si apre un nuovo, decisivo capitolo in una delle pagine più buie della cronaca nera e della lotta alla mafia in Sicilia. A trentacinque anni di distanza, la giustizia potrebbe finalmente fare piena luce sul duplice omicidio di Alessandro Rovetta, 33 anni, e Francesco Vecchio, 52 anni, rispettivamente Amministratore Delegato e Capo del Personale delle Acciaierie Megara di Catania. La Procura Generale del capoluogo etneo ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per Aldo Ercolano, esponente di spicco dell’omonimo clan legato a Cosa Nostra e nipote del boss Benedetto “Nitto” Santapaola. L’accusa è pesantissima: essere stato il mandante di quell’agguato mortale, avvenuto il 31 ottobre 1990.
Il Rifiuto del Pizzo e la Sentenza di Morte
Secondo la tesi accusatoria, sostenuta dal procuratore generale Carmelo Zuccaro e dai sostituti Nicolò Marino e Giovannella Scaminaci, il movente del delitto sarebbe il rifiuto dei due manager di piegarsi alle richieste estorsive del clan. La mafia pretendeva il pagamento di un “pizzo” da un miliardo delle vecchie lire per consentire all’acciaieria, una delle più grandi industrie della Sicilia dell’epoca, di operare senza “problemi”. Il “no” coraggioso di Rovetta e Vecchio sarebbe stato punito con una spietata sentenza di morte, eseguita per affermare il predominio mafioso sul territorio e per assicurarsi i profitti illeciti. L’omicidio, secondo gli inquirenti, servì da macabro avvertimento, tanto che l’estorsione ai danni dell’azienda, passata sotto il controllo della bresciana Alfa Acciai, sarebbe poi effettivamente iniziata dal gennaio 1991.
Le indagini, condotte dal nucleo di Polizia giudiziaria interforze e dalla Dia di Catania, contestano a Ercolano, già ergastolano per associazione mafiosa e altri delitti, tra cui l’omicidio del giornalista Pippo Fava, di aver agito con premeditazione e con le aggravanti dei motivi abbietti e futili. Viene ritenuto “l’ideatore e l’organizzatore” dell’agguato, in concorso con persone non ancora identificate.
Un Complesso Sistema Estorsivo
La richiesta di rinvio a giudizio non riguarda solo il duplice omicidio, ma fa luce su un sistema estorsivo ben più ampio e strutturato. Insieme ad Aldo Ercolano, la Procura Generale ha chiesto il processo per altre quattro persone, accusate a vario titolo di estorsione aggravata dall’aver favorito Cosa Nostra. Si tratta di:
- Vincenzo Vinciullo: indicato come il “negoziatore” tra i vertici aziendali e le famiglie mafiose.
- Antonio Alfio Motta e Francesco Tusa: avrebbero avuto il ruolo di “riscossori” della tangente.
- Leonardo Greco: considerato l’ “organizzatore” del sistema estorsivo.
L’accusa delinea un quadro in cui Aldo Ercolano, insieme al padre defunto Giuseppe ‘Pippo’ Ercolano, avrebbe agito come mandante non solo dell’omicidio ma dell’intera operazione estorsiva. Un’operazione che, secondo la ricostruzione, avrebbe visto il coinvolgimento di figure di spicco di Cosa Nostra, oggi tutte decedute, come Bernardo Provenzano, Pippo Ercolano, Nicolò Greco, Lucio Tusa e Luigi Ilardo, l’infiltrato noto come “Grande Oriente”.
Le minacce per piegare la volontà dell’azienda furono pesanti e continue: dalle telefonate minatorie al ritrovamento di proiettili sul sedile dell’auto di un dirigente e persino nel giardino dell’abitazione della moglie di Alessandro Rovetta.
Un Percorso Giudiziario Tortuoso
La svolta odierna arriva al termine di un percorso giudiziario lungo e complesso, caratterizzato da archiviazioni, ricorsi e nuove indagini. Fondamentale è stata la decisione della Procura Generale di avocare a sé l’inchiesta nel gennaio 2025, revocando una precedente richiesta di archiviazione e dando nuovo impulso alle investigazioni. Un ruolo chiave è stato giocato anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, come Eugenio Sturiale, che avrebbe indicato proprio in Aldo Ercolano colui che gli commissionò l’omicidio di Rovetta. La perseveranza dei familiari delle vittime, in particolare dei fratelli di Francesco Vecchio, assistiti dai loro legali, ha contribuito in modo determinante a mantenere aperto il fascicolo e a non far calare il silenzio sulla vicenda.
Ora la richiesta di rinvio a giudizio è sul tavolo del GIP di Catania, che dovrà fissare la data dell’udienza preliminare. Dopo 35 anni, si profila finalmente la possibilità di un processo per fare luce su un crimine che ha segnato profondamente la comunità catanese e la storia della lotta dello Stato contro la mafia.
