Roma – Un grido d’allarme tanto forte quanto drammatico scuote il panorama industriale e politico italiano. “L’Ilva è sostanzialmente chiusa. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che non c’è più”. Con queste parole, cariche di preoccupazione e realismo, il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, ha descritto la situazione dello stabilimento siderurgico di Taranto, oggi Acciaierie d’Italia, durante la manifestazione nazionale del sindacato tenutasi al Teatro Brancaccio di Roma. Una dichiarazione che non lascia spazio a interpretazioni e che punta il dito contro le scelte dell’attuale esecutivo, ritenute la causa principale di una crisi che rischia di diventare irreversibile.
L’atto d’accusa al Ministro Urso e al Governo
Nel suo intervento, Bombardieri non ha usato mezzi termini, attribuendo la responsabilità della paralisi dello stabilimento al Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Ovviamente noi pensiamo che la produzione dell’acciaio in questo Paese serva, pensiamo che l’Ilva debba essere salvata, ma le scelte fatte dal ministro Urso ci consegnano una fabbrica chiusa”, ha affermato il leader sindacale. L’accusa è netta: le politiche governative, invece di favorire un rilancio, avrebbero di fatto condannato il più grande polo siderurgico d’Europa a un lento declino, mettendo a repentaglio il futuro di circa 12mila lavoratori diretti e un indotto che coinvolge quasi 20.000 persone. Una situazione che, secondo la Uil, impone a ogni attore coinvolto di “assumersi la propria responsabilità”.
La crisi dell’ex Ilva si trascina da anni, un groviglio complesso di questioni ambientali, sanitarie, produttive e occupazionali. Lo stabilimento, ora in amministrazione straordinaria, è al centro di una difficile ricerca di nuovi investitori, con pretendenti come i fondi americani Flacks Group e Bedrock che si affacciano con interesse ma tra molte incertezze. Il governo ha recentemente stanziato ulteriori risorse per garantire l’operatività fino a febbraio e prolungare la cassa integrazione, ma per i sindacati si tratta di misure palliative che non affrontano il nodo centrale: l’assenza di un piano industriale solido e credibile.
Il nodo della decarbonizzazione e l’impatto occupazionale
Un punto cruciale del dibattito riguarda la transizione ecologica e la decarbonizzazione. Il passaggio ai forni elettrici, spesso indicato come la via per un futuro “acciaio verde”, nasconde secondo Bombardieri un impatto occupazionale devastante. “Se decarbonizziamo e facciamo i forni elettrici, al di là della qualità dell’acciaio, resteranno 3 mila lavoratori. Dunque dobbiamo dirci cosa facciamo degli altri 9 mila”, ha sottolineato. Questa transizione, che richiederebbe comunque almeno cinque anni durante i quali la produzione a carbone dovrebbe continuare, solleva un interrogativo drammatico sul destino di migliaia di famiglie. È una sfida che si inserisce in un contesto europeo difficile per la siderurgia, pressata dalla concorrenza internazionale, dai costi energetici e dalle nuove politiche ambientali.
Le responsabilità delle istituzioni locali
Bombardieri non risparmia critiche neanche alle istituzioni locali. “Il comune di Taranto e la regione Puglia hanno un grande pezzo di responsabilità”, ha dichiarato, puntando il dito contro decisioni che avrebbero aggravato la situazione. In particolare, il segretario della Uil ha menzionato una “extra tassa del 3%” introdotta dalla Regione sul gas destinato agli impianti, una mossa che, a suo dire, ostacola la produzione. Le sue parole evidenziano un rimpallo di responsabilità tra i diversi livelli istituzionali che, negli anni, ha finito per penalizzare unicamente i lavoratori e il territorio.
Un futuro incerto: tra nazionalizzazione e dismissione
Di fronte a un quadro così critico, le posizioni sul futuro dell’ex Ilva sono divergenti. Mentre alcuni sindacati, come l’Usb, invocano la nazionalizzazione come unica via per salvare il polo siderurgico, altri temono che il piano del governo porti a una progressiva dismissione. La vertenza è in una fase di stallo, con incontri al Ministero che vengono definiti “inconcludenti” e una crescente tensione sociale, come dimostrano le recenti mobilitazioni e gli scioperi che hanno coinvolto non solo Taranto ma anche gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure. La città di Taranto, da decenni legata a doppio filo alla “monocultura dell’acciaio”, vive nell’incertezza, sospesa tra la necessità di tutelare il lavoro e il diritto alla salute e a un ambiente salubre. L’appello di Bombardieri è quindi un invito a guardare in faccia la realtà: “Se dire che l’Ilva è chiusa serve ad aprire una discussione, noi siamo pronti a farlo”, per trovare finalmente una soluzione che garantisca dignità e futuro a 12mila famiglie.
