MILANO – Lo schermo di uno smartphone, la finestra di una chat, il flusso infinito di un social network. Spazi virtuali che per troppe donne in Italia si trasformano in arene di violenza, paura e umiliazione. Una nuova, sconcertante indagine realizzata dalla piattaforma di sondaggi Toluna e promossa da Samsung Electronics Italia, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, getta una luce cruda su una realtà sommersa ma drammaticamente diffusa: quasi una donna italiana su due, il 47%, ha subito almeno una volta una forma di violenza digitale. Un dato che non è solo un numero, ma il riflesso di milioni di storie personali segnate da un’aggressione subdola, ma non per questo meno reale e devastante.
Le giovani generazioni nel mirino: un’emergenza nella “Generazione Z”
Dall’analisi emerge un quadro ancora più preoccupante quando si osserva la fascia d’età più giovane. La percentuale di vittime sale vertiginosamente al 59% tra le ragazze di età compresa tra i 16 e i 24 anni. Questo dato evidenzia una vulnerabilità specifica della cosiddetta “Generazione Z”, nativa digitale e costantemente immersa in un ecosistema online che, se da un lato offre infinite opportunità, dall’altro amplifica i rischi. L’iperconnessione e la socialità mediata dalle piattaforme diventano il terreno fertile per nuove forme di abuso che sfruttano la fragilità e la ricerca di identità tipiche di questa fase della vita.
Le mille facce della violenza online
La violenza digitale non è un fenomeno monolitico, ma si manifesta attraverso un ampio spettro di comportamenti tossici. L’indagine ne delinea le forme più comuni, tracciando una mappa della sofferenza online:
- Invio di contenuti sessuali non richiesti: Il 19% delle donne intervistate ha dichiarato di aver ricevuto immagini o video a sfondo sessuale senza il proprio consenso, una violazione diretta della propria intimità e dignità.
- Manipolazione emotiva online: Il 15% ha subito forme di controllo psicologico, gaslighting digitale o altre tattiche manipolatorie volte a minare l’autostima e a creare dipendenza emotiva.
- Body shaming e Hate Speech: Un altro 15% è stato bersaglio di commenti denigratori sull’aspetto fisico o di veri e propri discorsi d’odio, spesso legati a stereotipi di genere.
Queste aggressioni, come sottolineato da esperti, non restano confinate nel mondo virtuale. Hanno ripercussioni concrete e profonde sul benessere psicofisico delle vittime, causando ansia, depressione e isolamento sociale, in un continuum pericoloso tra online e offline.
Chi sono gli aggressori? L’anonimato e la prossimità
Una delle caratteristiche più insidiose della violenza digitale è la sua capacità di nascondersi dietro l’anonimato. L’indagine rivela infatti che nel 49% dei casi, la violenza è “senza volto”, perpetrata da sconosciuti che sfruttano la presunta impunità della rete per colpire. Tuttavia, il pericolo non arriva solo da lontano. Un significativo 26% delle segnalazioni riguarda episodi commessi da persone conosciute, come ex partner, amici o conoscenti, a dimostrazione che le dinamiche di abuso delle relazioni reali trovano spesso una loro estensione e amplificazione nel digitale. Un ulteriore 22% indica “entrambi” come responsabili, confermando la pervasività del fenomeno in ogni sfera relazionale.
Un problema sottovalutato e una scarsa conoscenza delle leggi
Nonostante la quasi totalità delle donne (98%) riconosca l’esistenza di almeno una forma di violenza digitale, emerge una sconfortante percezione di inadeguatezza nella risposta sociale e istituzionale. Ben tre donne su quattro ritengono che la società non prenda realmente sul serio la questione, relegandola spesso a un problema minore o a “scherzi di cattivo gusto”. Questa percezione è aggravata da una preoccupante mancanza di conoscenza degli strumenti normativi a tutela delle vittime. Sei intervistate su dieci (60%) dichiarano di conoscere poco o per nulla le leggi italiane in materia, nonostante i recenti potenziamenti legislativi come la legge n. 69 del 2019, nota come “Codice Rosso”, che ha introdotto reati specifici come il revenge porn (diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti) e accelerato le procedure di protezione.
Le strategie di difesa: tra prevenzione e limitazione della libertà
Di fronte a questa minaccia, le donne adottano sempre più spesso strategie di “autodifesa digitale”. Il 64% delle intervistate limita attivamente chi può vedere il proprio profilo o i contenuti condivisi sui social media. Questa percentuale sale all’83% nella fascia più a rischio, quella tra i 16 e i 24 anni, un dato che, se da un lato mostra una crescente consapevolezza, dall’altro segnala una preoccupante limitazione della propria libertà di espressione e partecipazione alla vita digitale per paura di subire aggressioni. Il 56% dichiara di aver modificato in modo significativo il proprio modo di usare smartphone e altri strumenti digitali per sentirsi più sicura.
La risposta del territorio: nascono i “Punti Viola”
In questo contesto, iniziative concrete di supporto sul territorio diventano fondamentali. Samsung, promotrice dell’indagine, ha annunciato la sua adesione al progetto nazionale dei “Punti Viola”, in collaborazione con l’associazione DonneXStrada. Questo progetto mira a trasformare alcuni spazi aziendali, come la Samsung Smart Home e i Customer Service Center, in luoghi sicuri di ascolto e orientamento. Qui, personale formato da psicologi e avvocati potrà offrire un primo supporto alle vittime, indirizzandole verso i servizi di tutela più adeguati, incluso il numero nazionale antiviolenza e stalking 1522. Un’azione che vuole costruire una rete di protezione reale, partendo dalla sensibilizzazione e dalla responsabilità condivisa per creare una cultura del rispetto che non ammetta zone d’ombra, né online né offline.
