Roma – Il dibattito sulla nuova legge in materia di consenso nei reati di violenza sessuale si infiamma, con la Ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, che ha espresso forti perplessità sul testo. Intervenuta durante la trasmissione “Ping Pong” su Rai Radio 1, la Ministra ha messo in guardia contro il “rischio è il rovesciamento dell’onere della prova, questo è il dubbio”. Una posizione che ha di fatto innescato una frenata nell’iter legislativo, aprendo un fronte di discussione che coinvolge politica, magistratura e avvocatura.
Le ragioni della cautela: “Meglio prendere più tempo”
Secondo la Ministra Roccella, è preferibile “prendere più tempo ma approvare una legge convincente”. Le sue preoccupazioni nascono dalle critiche sollevate da “ambienti importanti” dopo la prima approvazione alla Camera, in particolare dal mondo legale. Tra le voci critiche citate, quella dell’ex presidente delle Camere Penali, Gian Domenico Caiazza, che si è espresso duramente contro la formulazione attuale della legge. Il timore principale, condiviso anche da altri esponenti della maggioranza come il vicepremier Matteo Salvini, è che la nuova norma possa esporre a vendette personali e intasare i tribunali.
Nonostante i dubbi, la Ministra ha tenuto a precisare che “la legge si farà, perché già c’è”. Con questa affermazione, Roccella ha sottolineato come il principio del consenso sia già un pilastro “sacrosanto” della giurisprudenza italiana, consolidato da anni attraverso le sentenze della Corte di Cassazione. L’obiettivo, quindi, non sarebbe quello di bloccare la legge, ma di perfezionarla per evitare effetti distorsivi e garantire il rispetto dei principi costituzionali.
Lo stop in Senato e le reazioni politiche
Le dichiarazioni della Ministra Roccella si inseriscono in un contesto politico complesso. Dopo un’approvazione all’unanimità alla Camera il 19 novembre 2025, che aveva visto un raro accordo bipartisan tra maggioranza e opposizione sull’onda emotiva del femminicidio di Giulia Cecchettin, l’iter ha subito una brusca battuta d’arresto in Commissione Giustizia al Senato. Proprio in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, il 25 novembre, la maggioranza, su impulso della Lega, ha chiesto di interrompere l’esame per “valutazioni ulteriori” e un nuovo ciclo di audizioni.
Questa decisione ha provocato la ferma reazione delle opposizioni, che hanno parlato di “patto tradito” e di un’inspiegabile retromarcia. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha contattato la Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, per chiederle di rispettare l’accordo politico raggiunto. Dal canto suo, il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha parlato di un “piccolo slittamento dovuto a dei riferimenti tecnici necessari”, mostrandosi fiducioso che la norma verrà approvata. Anche la presidente della Commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, ha assicurato che non ci sono ritardi e che il via libera arriverà, auspicabilmente entro febbraio 2026.
Cosa prevede la riforma e il nodo dell’onere della prova
La proposta di legge mira a modificare l’articolo 609-bis del codice penale, introducendo il concetto di “consenso libero e attuale” come elemento centrale per definire il reato di violenza sessuale. L’obiettivo è spostare il focus dal comportamento della vittima, a cui spesso viene implicitamente richiesto di dimostrare di aver opposto resistenza, alla volontà effettiva della persona coinvolta. Si passerebbe dalla logica del “no significa no” a quella del “solo sì è sì”, in linea con quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia nel 2013.
Il punto più controverso riguarda proprio l’onere della prova. I critici, come la Ministra Roccella, temono che la nuova formulazione possa portare a una situazione in cui sia l’imputato a dover dimostrare l’esistenza del consenso, e non l’accusa a provare la sua assenza. Tuttavia, diversi magistrati, tra cui il presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, hanno smentito questa interpretazione, definendola un “grave sbaglio”. Roia ha chiarito che spetterà sempre al pubblico ministero dimostrare che il rapporto è avvenuto senza un libero consenso. La discussione, quindi, verte sulla delicatezza di tradurre in norma un principio giuridico complesso, garantendo al contempo la tutela delle vittime e i diritti della difesa.
Un dibattito culturale prima che giuridico
La vicenda della legge sul consenso trascende l’ambito strettamente giuridico per toccare corde culturali profonde. L’eco mediatica e il dibattito sui social network hanno evidenziato come in Italia sia ancora radicata una “cultura dello stupro”, in cui si tende a mettere in discussione la condotta della vittima. La nuova legge è vista da molti come una “rivoluzione culturale”, un passo necessario per allineare l’Italia ad altri paesi europei come Spagna e Svezia, che hanno già adottato normative basate sul principio del consenso esplicito.
Mentre il confronto politico e tecnico prosegue, resta l’urgenza di dare risposte concrete a una piaga sociale come la violenza di genere, un fenomeno che, come ricordato dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, non può essere ignorato. La politica è chiamata a trovare una sintesi efficace, capace di tradurre un principio di civiltà in una legge chiara, equa e applicabile, senza cedere a strumentalizzazioni o paure infondate.
