“Secondo me non può stare in piedi un sistema dove io lavoratore dipendente pago più tasse di quello che paga il mio datore di lavoro sui profitti che gli faccio fare io con il mio lavoro”. Con queste parole dirette e incisive, il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha infiammato il dibattito sulla riforma fiscale in Italia. L’occasione è stata un’assemblea con i lavoratori dello stabilimento Tod’s a Casette d’Ete, in provincia di Fermo, un contesto significativo che ha amplificato la portata del suo messaggio. La denuncia di Landini non si è fermata a una semplice dichiarazione di principio, ma ha messo a nudo le presunte storture di un sistema tributario che, secondo il sindacalista, favorirebbe alcune categorie di reddito a discapito di altre.
Il cuore della denuncia: progressività a due velocità
Il fulcro dell’argomentazione di Landini risiede nella differente applicazione del principio di progressività, sancito dalla Costituzione, a seconda della natura del reddito. “Mentre il lavoro dipendente e i pensionati sono tassati progressivamente, come è giusto che sia, e cioè chi più prende più ha una tassazione, questo meccanismo non vale per tutti i redditi”, ha sottolineato il leader della CGIL. Questa affermazione apre uno squarcio su una realtà complessa, dove convivono diversi regimi fiscali.
Da un lato, abbiamo l’IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche), che si applica a lavoratori dipendenti e pensionati. Questo tributo è strutturato in scaglioni con aliquote crescenti: attualmente, con la riforma per il 2025, gli scaglioni sono stati ridotti a tre, con un’aliquota del 23% per redditi fino a 28.000 euro, del 35% tra 28.001 e 50.000 euro, e del 43% oltre i 50.000 euro. Dall’altro lato, esistono regimi fiscali agevolati e imposte sostitutive che interessano altre tipologie di reddito.
L’esempio di Landini: un confronto numerico
Per rendere più tangibile la sua critica, Landini ha proposto un esempio concreto: un reddito da 30.000 euro. “Se voi andate a vedere, se io sono un lavoratore dipendente o un pensionato e ho quel reddito, arrivo a pagare di contributi e di tasse anche 8.000 o 9.000 euro all’anno”, ha affermato. Una cifra che, sebbene indicativa, evidenzia un carico fiscale e contributivo significativo. A questo si contrappone la situazione di un lavoratore autonomo o di una partita IVA in regime forfettario, che per lo stesso reddito “paga la metà perché ha una tassa piatta al 15%”.
Il regime forfettario, infatti, prevede una flat tax al 15% (che scende al 5% per i primi cinque anni di attività per le startup) applicata su un reddito imponibile calcolato a forfait, senza la deduzione analitica dei costi. Questo regime è accessibile per chi ha ricavi o compensi non superiori a 85.000 euro annui. Sebbene questo sistema semplifichi gli adempimenti e riduca la pressione fiscale per molti professionisti e piccole imprese, è anche al centro di un dibattito sulla sua equità rispetto alla tassazione progressiva dei dipendenti.
Profitti e rendite: un universo fiscale a parte
La critica di Landini si è spinta oltre, toccando i redditi da capitale e d’impresa. “Se addirittura prendo profitti, rendite finanziarie, rendite immobiliari la tassazione è più bassa delle tasse che pago io sul lavoro”, ha dichiarato. Qui il discorso si allarga a due principali imposte:
- IRES (Imposta sul Reddito delle Società): Questa imposta si applica sui profitti delle società di capitali. Landini ha ricordato come la sua aliquota sia progressivamente diminuita negli ultimi vent’anni, passando dal 33% all’attuale 24%. Si tratta di un’imposta proporzionale e non progressiva.
- Imposte sulle rendite finanziarie e immobiliari: Le rendite finanziarie, come i guadagni da azioni o obbligazioni (capital gain), sono generalmente soggette a un’imposta sostitutiva del 26% (con un’aliquota agevolata al 12,5% per i titoli di Stato). Anche i redditi da locazione immobiliare possono beneficiare di un regime agevolato, la cosiddetta “cedolare secca”, con aliquote fisse al 21% o al 10%, in alternativa alla tassazione ordinaria IRPEF.
Questi regimi di tassazione separata, con aliquote fisse (flat), creano di fatto una frattura rispetto al principio di progressività che governa l’IRPEF, alimentando la percezione di un trattamento fiscale di favore per i redditi non derivanti da lavoro dipendente o pensione.
Le proposte della CGIL e il dibattito sulla riforma fiscale
Le dichiarazioni di Landini non sono un fulmine a ciel sereno, ma si inseriscono in un dibattito più ampio sulla necessità di una riforma fiscale strutturale, che la CGIL porta avanti da tempo. Tra le proposte del sindacato vi è quella di introdurre una maggiore progressività anche per i redditi d’impresa e le rendite, e di lottare più efficacemente contro l’evasione fiscale. Recentemente, Landini ha anche rilanciato l’idea di un “contributo di solidarietà” a carico dei patrimoni più elevati per finanziare la spesa sociale.
Il governo, dal canto suo, ha intrapreso un percorso di riforma fiscale che ha portato alla già citata riduzione degli scaglioni IRPEF, con l’obiettivo dichiarato di semplificare il sistema e ridurre il cuneo fiscale. Tuttavia, le opposizioni e i sindacati ritengono che questi interventi non siano sufficienti a garantire una maggiore equità e che, in alcuni casi, possano addirittura avvantaggiare i redditi più alti.
La questione sollevata da Maurizio Landini, dunque, va oltre la semplice polemica politica e tocca le fondamenta del patto sociale su cui si basa il nostro sistema di welfare. La percezione di un sistema fiscale iniquo, che tratta in modo diverso redditi di natura differente, rischia di minare la coesione sociale e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Il dibattito è aperto e le soluzioni appaiono complesse, ma l’esigenza di un fisco più giusto, semplice ed equo rimane una delle sfide prioritarie per il futuro del Paese.
