Un blocco di ghiaccio, trasportato nel bagagliaio di un’auto, diventa il simbolo potente e agghiacciante di un dolore sigillato, di una memoria che si è tentato invano di congelare. È questa l’immagine incipitaria e cardine de “La Ragazza di Ghiaccio” (titolo originale: “Het Smelt”, ovvero “Si scioglie”), l’opera prima alla regia dell’acclamata attrice belga Veerle Baetens, nota al grande pubblico per la sua intensa interpretazione in “Alabama Monroe – Una storia d’amore”. Il film, distribuito in Italia da Teodora Film con un’uscita evento di tre giorni in concomitanza con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne il 25 novembre, è un’opera che non lascia scampo, un dramma psicologico che scava con lucidità chirurgica nelle pieghe di una ferita mai rimarginata.
Tratto dal romanzo bestseller “Si scioglie” di Lize Spit, rivelazione della letteratura fiamminga contemporanea edito in Italia da e/o, il lungometraggio è un’esplorazione emotiva priva di qualsiasi soluzione consolatoria. La narrazione si muove su un doppio binario temporale, intrecciando ipnoticamente il presente di una donna adulta e il passato di una bambina alle soglie dell’adolescenza, entrambe interpretate con straordinaria intensità.
Il trauma su due linee temporali: Eva bambina e Eva adulta
Da un lato conosciamo Eva a 13 anni (una superba Rosa Marchant), in un’estate torrida trascorsa in un piccolo villaggio di campagna. Una ragazzina che si sente invisibile, cresciuta in una famiglia disfunzionale con una madre alcolista e un padre irascibile, e che cerca disperatamente l’accettazione nel “branco”, composto dai suoi due amici ‘fraterni’, Tim (Anthony Vyt) e Laurens (Matthijs Meertens). Insieme sono conosciuti come “i tre moschettieri”. Per sentirsi parte del gruppo, Eva non si tira indietro di fronte a giochi sempre più crudeli e oscuri, diventando prima strumento per adescare altre coetanee e poi, inevitabilmente, vittima di un atto di violenza traumatica che la segnerà per sempre.
Dall’altro lato, incontriamo l’Eva ventenne (interpretata da Charlotte De Bruyne), una giovane donna che ha reciso ogni legame con il suo passato e la sua famiglia, ad eccezione della sorella minore. Lavora come assistente di un fotografo, è riservata, silenziosa, come ibernata in un presente apatico. Quel trauma subito e mai rivelato è diventato un mostro interiore che l’ha svuotata, congelando le sue emozioni in una rabbia sorda e senza sbocco, e che ora la guida in un lucido e terribile piano di vendetta. Il ritorno al suo villaggio natale, tredici anni dopo quella fatidica estate, per una cerimonia commemorativa, diventa l’innesco per un confronto definitivo con i fantasmi del passato.
Un esordio potente premiato al Sundance
“La Ragazza di Ghiaccio” ha ricevuto un’accoglienza calorosa dalla critica internazionale, culminata con due importanti riconoscimenti al prestigioso Sundance Film Festival 2023, nella sezione World Cinema Dramatic Competition. Il film ha vinto il Grand Jury Prize, il premio più ambito, e un premio speciale della giuria per la migliore interpretazione (World Cinema Dramatic Special Jury Award for Best Performance) è andato alla giovanissima e talentuosa Rosa Marchant. La giuria ha lodato la sua “interpretazione penetrante e risonante che ha perseguitato la giuria per giorni”, sottolineando come l’attrice abbia impiegato “una sfumatura poetica e una complessità che smentiscono la sua età”.
La visione della regista Veerle Baetens
Veerle Baetens, nel suo passaggio dietro la macchina da presa, dimostra una sensibilità e una maturità registica notevoli. Il suo obiettivo, come ha spiegato in diverse interviste, non era quello di realizzare un film sulla resilienza o sulla necessità di essere forti, ma piuttosto di dare voce alle persone fragili, “quelle che accettano tutto e contro le quali il mondo spesso è spietato”.
“Molte persone possono identificarsi con Eva, con il suo bisogno di essere apprezzata e amata”, ha dichiarato la regista. “Il modo in cui è cresciuta e le esperienze nel corso della sua vita le hanno impedito di sbocciare e diventare una persona ‘completa’. Questa storia è per coloro che seppelliscono il loro dolore in profondità dentro di sé, dove nessuno può vederlo e che silenziosamente ne vengono svuotati”. La Baetens, che ha anche co-sceneggiato il film con Maarten Loix, crea un’opera che non giudica, ma che mette a nudo con coraggio la geologia di un trauma, gli strati di silenzi, omissioni e complicità che lo hanno generato.
Un racconto universale sulla crudeltà e il silenzio
Il film si configura come un racconto crudo e difficile da guardare, che arriva dritto allo stomaco dello spettatore. La violenza, soprattutto quella subita in età infantile, viene mostrata senza filtri edulcoranti, evidenziando come le radici del male possano annidarsi nella crudeltà apparentemente innocente dei giochi dei bambini e nel silenzio colpevole degli adulti. “La Ragazza di Ghiaccio” è più di un semplice film su un abuso; è un ritratto spietato di una comunità che preferisce congelare il trauma piuttosto che nominarlo, e la storia di una donna che vive in uno stato di ibernazione emotiva permanente. Un’opera prima coraggiosa e necessaria, destinata a far discutere e a lasciare un segno profondo in chi la guarda.
