Un Viaggio nel Dolore e nella Storia Libica
Il documentario My Father and Qaddafi, opera prima dell’autrice Jihan K., sta riscuotendo successo nei festival internazionali dopo il debutto alla Mostra del Cinema di Venezia. Il film esplora le complesse dinamiche della Libia coloniale, dell’era Gheddafi (culminata con la sua caduta nel 2011 dopo oltre 40 anni di potere) e del presente segnato da conflitti. Attraverso una narrazione intima e toccante, il documentario intreccia traumi personali e collettivi, focalizzandosi sulla ricerca, anche emotiva, di un padre scomparso improvvisamente oltre 30 anni prima.
La Storia di Mansur Rashid Kikhia
Il cuore del film è la storia di Mansur Rashid Kikhia, giurista e attivista che, dopo aver ricoperto il ruolo di ministro degli Esteri libico e ambasciatore all’ONU per Gheddafi tra gli anni ’70 e il 1980, si era distaccato dal governo diventando un leader pacifico e rispettato dell’opposizione. Nel 1993, Mansur scomparve misteriosamente dal suo hotel in Egitto, lasciando un vuoto incolmabile. Sua moglie, l’artista Baha Omary Kikhia, cittadina americana di origine siriana e madre di Jihan, non ha mai smesso di lottare per ottenere informazioni e chiedere la liberazione del marito. La tragica verità è emersa solo nel 2012, con il ritrovamento del corpo di Mansur nel frigorifero di una villa fuori Tripoli. Le circostanze della sua morte in prigionia rimangono avvolte nel mistero, ma si stima che sia avvenuta circa 10 anni prima del ritrovamento.
La Regista e il Suo Legame con la Storia
Jihan K., che all’epoca della scomparsa del padre aveva solo sei anni e viveva con la famiglia in Francia, descrive la sua esperienza come surreale: “Vivo con questa sensazione surreale, ho intrappolato mio padre nel mondo dei sogni. Questo da un lato mi ha aiutato nel realizzare il film, perché mi ha permesso di affrontarlo in modo giornalistico, con una mentalità aperta”. La regista, cresciuta negli Stati Uniti dopo il trasferimento della famiglia, è stata motivata anche dagli eventi che hanno sconvolto la Libia negli ultimi anni: “Nemmeno quattro settimane dopo la sepoltura di mio padre a Bengasi, la sua città natale, il governo di transizione è crollato e il Paese è precipitato nella guerra civile. La distruzione sta andando avanti, la Libia sta attraversando un trauma dopo l’altro. Mi sono resa conto che non volevo che mio padre, la sua memoria, sparisse una seconda volta. La prima ero solo una bambina e non potevo fare nulla, ma stavolta ho sentito di poter agire, attraverso il cinema”.
Un Viaggio alla Ricerca della Verità
Jihan ha intrapreso un viaggio alla ricerca della verità, sia per sé stessa che per il suo Paese: “Ho collegato la necessità di evitare questa perdita a quella di un intero Paese, la Libia. Volevo andare a cercare la verità per entrambi”. Durante questo percorso, ha scoperto che “quando qualcuno viene dichiarato eroe, appartiene alla comunità. E per quanto sia bello avere un padre diventato un simbolo e un’ispirazione, io volevo scoprirne in tutto l’umanità, anche nella sua complessità”. Il documentario, coprodotto da Valentina Castellani-Quinn (Quinn Studios Entertainment), si configura quindi come un’indagine profonda e personale su un capitolo oscuro della storia libica, intrecciando memoria individuale e collettiva.
Riflessioni sulla Memoria e l’Identità
‘My Father and Qaddafi’ è un’opera che va oltre la semplice ricostruzione di un evento storico. Il film solleva interrogativi importanti sulla memoria, l’identità e il ruolo del cinema come strumento di indagine e di guarigione. La scelta di Jihan K. di affrontare la storia del padre attraverso una lente personale e al tempo stesso giornalistica conferisce al documentario una forza emotiva e una profondità che lo rendono particolarmente coinvolgente e significativo.
