Le accuse di Report e la reazione politica

La trasmissione Report ha sollevato dubbi sulla terzietà del Garante per la privacy, accusando alcuni componenti di contiguità con la politica e di conflitti d’interesse. In particolare, nel mirino è finito Agostino Ghiglia, per i suoi presunti rapporti con Fratelli d’Italia, collegati alla multa inflitta dal Garante alla trasmissione dopo la diffusione di un audio riguardante l’ex ministro Gennaro Sangiuliano e sua moglie.
Le accuse hanno scatenato una dura reazione da parte delle opposizioni. Pd, M5s e Avs hanno attaccato il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, chiedendone le dimissioni immediate insieme a quelle dell’intero collegio. L’intervista rilasciata da Stanzione al Tg1 è stata definita “indegna”, con gli esponenti del M5s in Vigilanza Rai che hanno criticato anche l’ammiraglia giornalistica della Rai per essersi prestata a un “comizio in chiave difensiva”.

La difesa del Garante e la posizione di Fratelli d’Italia

Il presidente Stanzione ha respinto con forza le accuse, definendole “totalmente infondate” e ribadendo che il collegio non presenterà le proprie dimissioni. Ha inoltre sottolineato che le decisioni del Garante sono talvolta contrarie, talvolta favorevoli al governo, evidenziando l’autonomia dell’Autorità.
Inaspettatamente, Fratelli d’Italia ha aperto all’ipotesi di un azzeramento del Garante, accogliendo di fatto le richieste delle opposizioni. Questa mossa ha sorpreso molti, considerando le accuse rivolte a Report di aver orchestrato una campagna diffamatoria contro l’Autorità.

Le proposte per cambiare il sistema di elezione

Il senatore del Pd Dario Parrini ha proposto di modificare il sistema di elezione dei membri dell’Autorità, fissando la regola per cui è necessaria l’approvazione di almeno i tre quinti degli aventi diritto o dei votanti, come avviene per i membri laici della Corte Costituzionale o del Csm. Parrini ha ricordato che nel 2020, durante il governo Conte, i due componenti dell’attuale Garante eletti al Senato ottennero un consenso inferiore al 40% degli aventi diritto, mentre quelli eletti dalla Camera non superarono il 37%.
Tuttavia, le opposizioni continuano a chiedere lo scioglimento dell’Autorità, ritenendola priva di credibilità. Il giurista Roberto Zaccaria ha spiegato che l’unico modo per ottenere un cambio è che la maggioranza dei componenti (tre su quattro) si dimetta, poiché né il governo né il Parlamento possono intervenire direttamente.

Le reazioni e le possibili conseguenze

La situazione è paradossale, come sottolineato dall’eurodeputato Sandro Ruotolo, che ha evidenziato come sia possibile far dimettere il Capo dello Stato ma non il collegio del Garante della privacy. Ruotolo ha auspicato un passo indietro da parte dei componenti dell’Autorità e ha aperto alla possibilità di rivedere la legge per la scelta del garante.
La polemica sul Garante per la privacy rischia di avere conseguenze significative sul funzionamento dell’Autorità e sulla sua capacità di tutelare i dati personali dei cittadini. La mancanza di fiducia da parte delle opposizioni e le divisioni all’interno della maggioranza potrebbero compromettere l’efficacia dell’azione del Garante e minare la sua credibilità.

Riflessioni sulla crisi di fiducia nelle istituzioni

La vicenda del Garante per la privacy solleva interrogativi sulla fiducia nelle istituzioni e sulla loro capacità di operare in modo indipendente e imparziale. Le accuse di contiguità politica e i conflitti d’interesse, se confermate, minerebbero la credibilità dell’Autorità e comprometterebbero la sua capacità di tutelare i diritti dei cittadini. È fondamentale che le istituzioni agiscano con trasparenza e responsabilità, garantendo la loro autonomia e imparzialità, per preservare la fiducia dei cittadini e assicurare il corretto funzionamento della democrazia.

Di veritas

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