Il ricordo di Rosanna Zecchi: dolore e richiesta di giustizia

A 35 anni dalla morte di Primo Zecchi, avvenuta il 6 ottobre 1990 per mano della banda della Uno bianca, la moglie Rosanna ha espresso il suo profondo dolore e la sua ferma richiesta di giustizia. “Questo, per me, è un giorno molto doloroso”, ha dichiarato Rosanna Zecchi, che per 26 anni ha presieduto l’Associazione familiari delle vittime della Uno bianca. “In questo momento stanno chiedendo di uscire al carcere. Fabio Savi ha chiesto di andare a lavorare fuori, ma il magistrato gli ha detto di no e questo mi ha un po’ confortata. È stato proprio lui, con due colpi alla testa, a uccidere mio marito, poteva risparmiarlo. Se anche mio marito aveva preso il numero di targa, cosa c’entrava? La loro auto era rubata”. Le parole di Rosanna Zecchi testimoniano una ferita ancora aperta, un dolore che non si attenua con il passare del tempo.

La commemorazione a Bologna: un omaggio a Primo Zecchi

Questa mattina si è svolta a Bologna la cerimonia di commemorazione di Primo Zecchi, alla presenza del prefetto e del questore, oltre che di numerosi cittadini. Primo Zecchi, pensionato bolognese, fu ucciso in via Zanardi 328 dalla banda della Uno bianca, dopo essere stato testimone di una rapina. “Mio marito era così”, ha proseguito Rosanna Zecchi, “non poteva vedere le ingiustizie e aiutava sempre gli altri. Sono tutti ancora socialmente pericolosi: devono stare in carcere”. La presenza delle autorità e dei cittadini alla commemorazione testimonia l’importanza di mantenere viva la memoria delle vittime della Uno bianca e di onorare l’impegno civile di Primo Zecchi.

Il ricordo dell’Associazione familiari delle vittime: Zecchi, un cittadino che ha reagito all’ingiustizia

Alberto Capolungo, attuale presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della Uno bianca, ha ricordato Primo Zecchi come un cittadino che ha reagito all’ingiustizia. “I criminali che hanno ucciso Zecchi portavano la divisa, hanno sfruttato e tremendamente infangato la divisa”, ha aggiunto Capolungo. “Lui è stato l’opposto: un cittadino comunque che ha reagito a una ingiustizia. La sua reazione gli è costata la vita”. Le parole di Capolungo sottolineano il valore dell’impegno civile e della lotta contro l’illegalità, anche a costo di sacrifici personali.

La banda della Uno bianca: una scia di sangue e terrore

La banda della Uno bianca, attiva tra il 1987 e il 1994, ha seminato terrore e morte in Emilia-Romagna, uccidendo 24 persone e ferendone decine. I membri della banda, guidati dai fratelli Savi, erano poliziotti che utilizzavano le loro divise e le loro armi per compiere rapine e omicidi. La loro scia di sangue ha segnato profondamente la storia della regione e ha lasciato cicatrici indelebili nelle famiglie delle vittime. La vicenda della Uno bianca rappresenta una delle pagine più buie della cronaca italiana e un monito costante sull’importanza di vigilare sulla legalità e sulla giustizia.

Memoria e giustizia: un dovere per la società

La vicenda di Primo Zecchi e delle vittime della Uno bianca ci ricorda l’importanza di non dimenticare il passato e di continuare a chiedere giustizia per i crimini commessi. La memoria delle vittime deve essere un monito costante per le istituzioni e per la società civile, affinché si impegnino a contrastare ogni forma di violenza e di illegalità. Solo così potremo costruire un futuro più sicuro e giusto per tutti.

Di veritas

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