Un trionfo nell’inferno africano
Per entrare nella storia del ciclismo servono le vittorie, ma per diventare una leggenda di questo sport fatto di muscoli e sacrificio sono necessarie anche vere e proprie imprese. A Tadej Pogacar non mancano né le une né le altre: il 27enne sloveno ha conquistato il suo secondo titolo mondiale consecutivo al termine di una gara straordinaria per la sua durezza.
Il suo ultimo capolavoro si è consumato sulle tortuose strade dell’altopiano di Kigali, in Ruanda, a 1500 metri di altezza e con un clima caldo. I 264 chilometri di tracciato hanno piegato le gambe a tutti, ma per Pogacar non c’era alcuna differenza tra la Cote de Kimihurura e le strade di Giro d’Italia o Tour de France: testa bassa e pedalare per mettersi gli avversari alle spalle.
Un attacco da fuoriclasse
Il percorso della gara iridata, disegnato attraverso le nere strisce di fragile asfalto africano ed il pavé sconnesso della capitale, sembrava sconsigliare qualsiasi azzardo. Così quando, a 106 chilometri dal traguardo, lo sloveno ha attaccato, in molti hanno pensato che questa volta la sua scelta “suicida” lo avrebbe penalizzato. L’errore di valutazione è stato però dei suoi avversari.
A 66 chilometri dall’arrivo Pogacar ha strappato ancora; poi, come se nulla fosse, ha chiuso in solitaria. Si è imposto con 1 minuto e 28 secondi di vantaggio sul belga Remco Evenepoel e 2 minuti e 16 secondi sull’irlandese Ben Healy. Buon sesto l’italiano Giulio Ciccone a 6’47. Insomma, dietro di lui il vuoto. Davanti a una folla enorme – 1 milione di spettatori secondo l’Unione ciclistica internazionale – per lo sloveno è stato un trionfo che ha ricordato la fuga dell’anno scorso a Zurigo, dove aveva conquistato la sua prima maglia arcobaleno.
Le parole del campione
“Questa vittoria mi riempie di pura gioia. Anch’io ho accusato la stanchezza negli ultimi giri – ha detto all’arrivo confermando che il percorso era effettivamente molto impegnativo – È diventata una corsa contro me stesso, come lo scorso anno”.
Il bilancio dell’Italia
La gara iridata Elite chiude il Mondiale su Strada Ruanda 2025. Per l’Italia il bottino è di tre medaglie: l’oro di Lorenzo Mark Finn tra gli U23, l’argento di Chantal Pegolo tra le juniores e il bronzo di Federica Venturelli nella cronometro U23. “Il bilancio azzurro è positivo, torniamo a casa con un oro, tre medaglie e una serie di quarti posti dolorosi”, spiega il presidente della Federciclismo Cordiano Dagnoni.
“Siamo partiti con il bronzo della Venturelli, che ha messo a frutto le sue doti di atleta polivalente. Bello l’argento della Pegolo, e poi la perla di Finn che ha reso felici tutti gli italiani”, ha concluso il numero 1 della Federciclismo. Il Ruanda è stato anche il debutto alla guida della Nazionale ad un Mondiale da parte del nuovo ct Marco Villa che si è soffermato sulla gara Elitè: “Siamo soddisfatti del risultato perché siamo stati lì con i primi in una gara durissima – ha spiegato – Oggi serviva condizione, e la dimostrazione è che alcuni favoriti sono crollati nel finale. Bravo Giulio Ciccone a resistere fino alla fine. Se Remco ha perso 2 minuti e Ciccone ha chiuso sesto, significa che il risultato vale davvero”.
Un campione che fa la storia
La vittoria di Pogacar in Ruanda non è solo un’altra riga nel suo già impressionante palmarès, ma una vera e propria dimostrazione di forza e determinazione. In un percorso così impegnativo, con condizioni climatiche estreme e un livello di competizione altissimo, lo sloveno ha saputo fare la differenza, distanziando gli avversari e conquistando un titolo che lo proietta sempre più nell’olimpo del ciclismo mondiale. L’Italia, nonostante non sia arrivata la medaglia nella gara Elite, può comunque sorridere per i risultati ottenuti nelle altre categorie, segno di un movimento in crescita e con un futuro promettente.
